Stato

35.1 – DNA Alieno

Una sera sei con due cari amici a sorseggiare birra, la prima Noel 2014, nel tuo locale preferito (*).
Piove a Bologna, c’è un umido che farebbe impazzire di gioia una salamandra, ma essendo tu umano o giù di lì, non è esattamente il tuo clima ideale: dentro il locale fa caldo, fuori piove e fa umido. Fai quindi un po’ dentro un po’ fuori per prendere aria, asciugarti le ossa, fumare…

Ed è fra una sigaretta, qualche battuta e un sorso di birra che tendi l’orecchio ad ascoltare i discorsi che scorrono attorno a te.

“Io sono convinto – dice un ragazzone castano, seduto sulla panchetta davanti alla vetrina – che gli umani non sono del tutto terresti, che hanno una parte di DNA alieno. Sono troppo distanti dalle altre creatura della terra e la prova sono i capelli. I capelli dell’essere umano crescono solo in testa, crescono più in fretta del pelo degli animali e non smettono mai di crescere! E poi l’uomo si rigenera molto più in fretta di tutti gli altri animali…”

Sto sbevacchiando con un fisico ed un ingegnere gestionale. Io sono un’economista in metodi quantitavi, di professione faccio l’informatica. (Lo so sembra una barzellatta. “ci sono un fisico un ingenere e un informatico…”) Insomma siamo tre brutte bestie, tre materialoni cartesiani. Tutti e tra evidentemente cogliamo la frase, la conversazione si blocca d’istante, tendendo le orecchie. Tutti e tre sgraniamo gli occhioni, tra lo stupito e il ridanciano. Tutti e tre deglutiamo in fretta il nostro sorso di Noel, per non soffocare.

“Anche i leoni, allora, sono alieni” dico io.

“E le carote sono la panacea per i difetti agli occhi. Infatti non ho mai visto un coniglio con gli occhiali” dice l’ingegnere.

Il fisico si limita a ridere, dietro agli occhiali.

(*) La tana del Luppolo, regno di JB a Bologna.

PRIMA LEGGE FONDAMENTALE DELLA STUPIDITA’ UMANA

Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero degli individui stupidi in circolazione:
a) persone che reputiamo razionali ed intelligenti all’improvviso risultano essere stupide senza ombra di dubbio;
b) giorno dopo giorno siamo condizionati in qualunque cosa che facciamo da gente stupida che invariabilmente compaiono nei luoghi meno opportuni.
E’ impossibile stabilire una percentuale, dato che qualsiasi numero sarà troppo piccolo.

[Le leggi fondamentali della stupidità umana – Prof. Carlo M. Cipolla]

Un breve saggio che non mi stancherò mai di citare, leggetelo, se non siete voi gli stupidi

Annunci
Stato

15.2 – Il blog e mia madre

Mia madre mi ha chiesto se può leggere quello che scrivo sul blog. La guardo un po’ stranita e rispondo sardonicamente che si è pubblico, se scrivo qualcosa e la pubblico in internet, la possono leggere tutti, compresa tu

Mia madre sa che non scrivo male, in fondo – da buona prof di italiano – me l’ha insegnato lei. E mia madre, come tutte le madri, è curiosa, curiosa di sapere come razzola la mia vita, al di là del poco che le racconto (sono sempre stata parca nel dare informazioni personali ai miei o ad altri, e diventando grande non sono migliorata).

Quindi, dopo aver autorizzato la genitrice a leggere queste pagine, le faccio leggere un post di qualche giorno fa. Un post che trovo carino e neanche troppo pesante – voglio dire ho scritto di peggio…

La lascio a leggere, e ne riemerge con una faccia vagamente preoccupata. Si, preoccupata, perché in fin dei conti l’articolo è agrodolce, sardonico, un po’ cupo in fondo. Okey – dico a me stessa dentro le pareti craniche – brava, sono riuscita a far preoccupare mia madre. Cerco di rimediare tentando di spiegare che:

  • quando uno è felice, in fondo, ha di meglio da fare che non scrivere… ad esempio, essere felice e godersela. Visto che scrivo un paio di volte la settimana, tutto sommato si può assumere che per il resto del tempo non me la passi poi così male
  • a nessuno interessa leggere post tipo che bello che bello sono felice, che bella giornata, grazie a Dio!. O meglio una volta va bene, due pure, la terza volta che ti imbatti in un post così comincia a venirti il dubbio di essere approdato in un blog di Testimoni di Geova, e ti viene la nausea per la glicemia troppo alta.
  • un po’ di cupezza e di ironia rendono la vita più interessante e di fondo alimentano un lucido punto di vista critico (e divertito) sul mondo. Si chiama sarcasmo, è una bella cosa. Poi sono sempre stata un po’ blasé…
  • in fondo ognuno di noi ha i suoi problemi e i suoi cazzi da gestire. Magari lei non se lo ricorda, ma io mi ricordo bene quali erano i problemi e le incazzature che aveva lei quando aveva la mia età. Non ne aveva né più, né meno dei miei, soltanto erano problemi diversi. E se è vero che ognuno di noi vorrebbe vedere, indipendentemente dall’età, le persone a cui tiene vivere la loro vita il più sereni e il più felici possibile, è anche vero che è davvero improbabile che una persona riesca ad essere felice e serena 365 giorni l’anno.
  •  un po’, lo ammetto, esagero. Quello che scrivo va sempre preso con beneficio d’inventario.
  • ho una bella vita, anche se ultimamente mi girano un po’ le palle. Il giramento di palle non ha mai ucciso nessuno, non c’è nulla di cui preoccuparsi.

Quindi, madre, mammuccia cara, se leggi – e so che lo farai – cerca di prenderla con la giusta leggerezza e ironia, di non farti prendere dall’ansia e soprattutto non telefonare per sapere se va tutto bene. Va tutto bene. davvero. Bene.

Non conosce paura

l’uomo che salta e vince sui vetri

e spezza bottiglie e ride e sorride perché

ferirsi non è possibile

morire meno che mai e poi mai.

(De Gregori – Pezzi di vetro)

 

Digressione

12.1 – Siediti e aspetta poi alzati e va’

A diciott’anni ho passato un estate in montagna in compagnia di mia nonna. Lei leggeva libri sotto l’ombrellone sull’ampio terrazzo che è stato il teatro di gran parte della mia vita alpestre, io, all’ombra del muro, tentavo inutilmente di studiare fisica. Non avevamo un bel rapporto io e la fisica. A tutt’ora, non siamo diventate amiche.

In quelle lunghe giornate di giugno, tra studio, cavalli e scorrazzate a perdifiato su e giù per la valle, ho conosciuto mia nonna. Era una donna ormai stanca degli anni, rigida e austera a cui la vita aveva riservato più di una cattiva sorpresa. Eppure era ancora solida e decisa, una donna forte. Mi raccontava di una madre (mia bisnonna) fredda e distante al limite del crudele, delle zie che amava molto, del suo lavoro di tintrice di bottoni, degli amati fratelli morti, entrambi in guerra. E mi raccontava di mio nonno, Amerigo, morto quando era ancora troppo giovane e con due figli adolescenti da crescere. Con la morte di mio nonno, i ricordi si fermavano, anche se la vita era continuata a lungo. Ricordo la luce e il sorriso che aveva quando mi raccontava del suo Amerigo, che io non ho mai conosciuto.

Era una donna strana mia nonna, un po’ ruvida (da buona piemontese) e con probabilmente tanti sentimenti sotto quell’armatura di metallo che si portava appresso. Forse un po’ mi somigliava, forse un po’ somiglio io a lei. Anche a me dicono che sono strana, strana e buffa, sicuramente non austera.

Un giorno, tornando da cavallo, trovai un biglietto sulla scrivania, in bella luce. Aprii la busta, e lessi le poche righe scritte con la calligrafia un po’ stentata dei vecchi:

E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso, ma siediti e aspetta.

Respira con la profondità fiduciosa con cui hai respirato il giorno in cui sei venuta al mondo, senza farti distrarre da nulla, aspetta e aspetta ancora. Stai ferma, in silenzio, e ascolta il tuo cuore.

Quando poi ti parla, alzati e va’ dove lui ti porta.

Avevo letto il libro e sinceramente l’avevo odiato. L’avevo trovato melenso, stucchevole e infinitamente uterino. Presi il biglietto, ne archiviai il senso attribuendolo a un rigurgito di sentimentalismo di una vecchia stanca e lo usai come segnalibro per gli studi.

Quel biglietto, negli anni, è diventato il ricordo simbolico di mia nonna, della donna che avevo conosciuto il quel periodo. Della persona che guardava con tolleranza e divertimento quella nipote troppo viva e troppo energica che percorreva il mondo come un tifone, di corsa, senza guardare cosa lasciava indietro.

Qualche mese fa ho preso quel biglietto tra le mani, lo ho aperto e riletto, dopo 21 anni. Sull’altro lato, che non avevo mai voltato, ho trovato poche parole

Il giorno in cui dovrai fare una scelta difficile siediti e aspetta. Poi alzati, vai e non ti voltare indietro.

Mi sono seduta. Ho aspettato dei mesi. Poi mi sono alzata e ho preso la mia strada, senza voltarmi.

Si dice che i morti continuino a vegliare sui loro cari chissà come.

Citazione

8 – una, nessuna, centomila bestemmie.

E poi un giorno arrivi alla consapevolezza che ti sei sbagliata, che la persona che avevi davanti, che hai creduto di avere davanti per anni, non esisteva, che era solo l’immagine riflessa del tuo ego su un muro. A dar movimento a quell’immagine, nell’ombra c’è sempre stata una creatura diversa, che non hai mai conosciuto.

Quel giorno, dopo aver snocciolato tutte le bestemmie che le religioni hanno inventato, ti inchini a Pirandello e alla sua immensa saggezza.

Ma il guajo è che voi, caro mio, non saprete mai come si traduca in me quello che voi mi dite. Non avete parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi, la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io, nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci; non ci siamo intesi affatto.

(Pirandello – Uno, nessuno, centomila)

Stato

5.2 – Piccola città, bastardo posto.

Ho fatto le ore piccole stanotte. Provando a vivere succede. E poi ho sempre amato profondamente la notte, è bella, luccicante e mia.

Come diretta conseguenza, stamattina ero uno zombie. In zombesco dichiaro in ascensore, per l’appunto, di aver fatto mattina… e quella stessa dichiarazione mi viene riportata a pranzo via sms da tutt’altra persona, con mio grande stupore. Coast to coast in 3 ore.

Bologna è una città veramente piccola, mi fa paura. Comincerò a strisciare attraverso in coni d’ombra.

Piccola città, bastardo posto, 
appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi mi spinse via; 
piccola città io ti conosco, 
nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo che cambia in meglio, 
ma sono qui nei pensieri le strade di ieri,

(Piccola Città – Guccini)

Stato

5 – Elefanti nani

Chiunque abbia fatto un po’ di attività outdoor (equitazione, sci, trekking, etc.) sa che spesso si marcia, a passo svelto e magari sovrappensiero, in fila indiana.

Per ovvi motivi di praticità il primo che avvista una possibile fonte di problemi / difficoltà / disagio, lo comunica alle persone che lo seguono, che, a loro volta passano la parola. Così normalmente si urla pietra! quando si smuove una pietra sul sentiero e rotola a valle, o occhio a…! se c’è qualcosa in bilico, un appiglio che non regge o similia. Quale che sia l’origine dell’avviso, l’essenzialità, la chiarezza e l’immediatezza della comunicazione in  questione sono fondamentali.

Ieri ho passato una bella giornata a cavallo sugli appennini con l’Associazione Turismo Equestre Cavaioni. Abbiamo fatto un lungo giro spesso tra i boschi.

Avendo piovuto nei giorni precedenti, la situazione del terreno in genere, e nel bosco specialmente, richiedeva una certa attenzione da parte di cavalli, cavalieri e amazzoni. Quindi gli avvisi, che arrivavano in fondo alla file (chiudevo con un altro cavallo la gita) erano piuttosto frequenti e variati. fango (sul fango i cavalli scivolano, specie in discesa), ramo (e qui i casi sono molti. Ramo basso -> appiattisciti sul collo del cavallo, ramo sporgente -> tieni la destra o la sinistra per evitare che ti conficchi in una gamba o peggio che si conficchi nel fianco del cavallo), tronco (controlla che il cavallo lo salti, scavalchi, ci giri intorno, insomma faccia quel che vuole, basta non volare entrambi per terra), ginocchia (il passaggio è stretto, attenzione a non fracassarsi le ginocchia), buca, massi

Ogni 5 minuti mi arrivava l’informazione di una criticità e diligentemente la passavo al cavallo di coda, se c’era (spesso ero io), MA…

Ma quando nel bosco fitto, lato torrente, in mezzo al fango mi arrivata un messaggio troppo lungo per essere acquisito e compreso (fango, ginocchia, tronco, buca, rami e rami bassi, pietre. Insomma di tutto un po’), ho passato un riassunto: attenzione! Elefanti Nani!.

Seguono grandi risate del cavallo di coda (anche i cavalli ridono), e cavaliere irrimmediabilmente incastrato nei rami.

Lo so, sono una brutta persona.

 

Digressione

4.1 – Sei una bellissima milf

 

C’è un gioco sotteso tra uomini e donne, ed è il gioco dell’incomprensione. Gli uomini hanno un diffuso timore ed orrore della tanto affermata sensibilità femminile e le donne un malcelato disprezzo del ben noto materialismo maschile. Balle. Le donne sono spesso sensibili come dei carri armati attrezzati per la guerra batteriologica e gli uomini sono spesso eterei e confusi come delle liceali al ballo delle debuttanti.

Tra stereotipi da entrambe le parti e terrori vari la comunicazione tra i due sessi è spesso complicata e quando ti affacci timidamente alla soglia dei quaranta, più che delicata diventa irrimediabilmente compromessa.

Delle difficoltà di comunicazione dell’uomo nei confronti della donna be ha parlato egregiamente il mio amico Alex di Zone Errogene, a cui faccio ora il controcanto snocciolando le frasi maschili che hanno distrutto la mia stima nella comunicazione tra i sessi.

Sei una bellissima milf. (detto come complimento)

Hai 38 anni (sob!), e come tutte le tue coetanee la tua sfida principale da un po’ di tempo è quella con la gravità: la gravità che cerca di convincere i tuoi capezzoli a guardare verso il pavimento e il tuo culo a strisciare a terra a ogni passo. Fra un po’ serviranno le reti di contenimento per le frane montane per evitare il tracollo. Poi c’è l’anagrafe: dopo i 35 anni più che una sfida è una guerra, perché i quarant’anni alle porte sono più spaventosi del Kraken di Linneo. Potresti venderti l’anima per farti dare 3 anni di meno, e di fatti lo fai, solo che Lucifero negli anni 2010 è una avvenente ventenne di un costosissimo centro di estetica per sole donne. Non hai avuto figli, che tu li volessi o meno.

Milf (ndr milf = mama I love to fuck), nell’immaginario collettivo ha sempre saputo di tardona un po’ sfatta, alla ricerca disperata di emozioni forti nei video amatoriali di youporn, mentre i suoi 16 marmocchi piangono in cucina.

Che cosa spinga, sinceramente, un uomo a immaginare che milf sia un complimento proprio non lo riesco a immaginare. Sarà la sovraesposizione ai filmati porno-trash degli anni di internet, gli anni passati a chattare con un bot nelle chat osé, o semplicemente l’ormone troppo cresciuto per stare al guinzaglio, ma ogni tanto queste gaffe i maschi le fanno. La cosa più buffa è che quando gli rispondi che se avessi 50 euro per finanziar loro una scatola di Viagra un giro potresti anche concedertelo si offendono pure.

Io non ti merito

Gli uomini vanno, gli uomini vengono. E quando vanno via, spesso ti dicono che non ti meritano.

Pausa.

Non ho mai capito se quel non ti merito sottointenda un sei una stronza e non mi merito un castigo divino come te o un sono uno stronzo io e non mi merito una bella persona come te. Di conseguenza per anni non ho saputo cosa rispondere esattamente.

Perché nel primo caso, da stronza, puoi sempre incazzarti. Oppure se ci tieni molto puoi giurare di cambiare.

Nel secondo caso le cose si complicano. Mi lasci perché sono carina, gentile, in gamba e premurosa e tu pensi di essere uno stronzo. Reload. Facciamo una catena di sillogismi.

  1. tutte le persone amano avere accanto una bella persona
  2. io sono una bella persona
  3. tu, anche se stronzo, sei una persona
  4. conseguenza –> tu, stronzo, dovresti amare avermi accanto

Però mi lasci, e mi lasci perché non sono una stronza come te. La logica cede e continui a girare attorno al concetto per mesi.

Poi un giorno capisci, vedi (materialmente vedi) che io non ti merito, in verità significa io ho un’altra, con le tette più grosse. Bastava dirlo, dirlo diritto, netto, con scarna concretezza maschile.

Vorrei ma non me la sento

E’ il famoso dilemma maschile, incomprensibile a qualunque donna. Per una donna se vuoi, vuoi. Se vuoi fai il necessario per realizzare il tuo desiderio. Prendi in mano la tua vita, i tuoi stracci, le tue energie e ti dai da fare. Se non te la senti, non hai il coraggio o le energie, semplicemente non vuoi, o non vuoi abbastanza. E’ così le donne vanno a vivere da sole presto, fanno e crescono figli da sole, mollano tutto e cambiano vita.

Gli uomini no. Gli uomini, combattuti tra i loro due cervelli (quello cranico e quello a valle) e il cuore  rimangono impantanati. Il cervello principale li spinge da una parte, il cervello a valle dall’altra, il cuore da una terza ancora. Rimangono impiccati dalla loro molteplicità e non se la sentono. E non c’è verso di smuoverli. Non c’è ragione, non c’è condivisione, non c’è amore, calcio nel culo, prestazione sessuale o lacrima che li sposti da dove si sono intrappolati. Vogliono ma non vogliono, contraddizione interna di intenti. Così gli uomini rimangono a vivere coi genitori, non lasciano la donna che li rende infelici, e si fanno lasciare – a volte – dalle donne che sognano troppo forte.

Dialogo più o meno immaginario:

Lui (col cuore) – amore, ti amo tantissimo, come sarebbe bello fare un cucciolo d’uomo assieme

Lei (con una certa emozione) – anche io ti amo tantissimo, si sarebbe bello. lo facciamo?

Lui (col cuore) – vorrei tanto. E’ un mio grande desiderio

Lei – facciamolo

Lui (col cervello di valle) – non ora, magari fra un po’ di tempo

Lei (contrariata) – si ma hai appena detto che vorresti… che problema c’è?

Lui – Vorrei ma non me la sento

Lei (basita) – perché?

…e segue una lunga serie di botta e risposta sulle eventuali ragioni, in cui si contrappongono il cervello cranico di lui e il pragmatismo uterino di lei

Lui (col cervello di valle) – e poi la vita sessuale di coppia ne risentirebbe

Lei (con la bile alla bocca) – ma stai tirando fuori ragioni inconsistenti

Lui (con tutti e tre gli organi) – ecco, stai giudicando i miei sentimenti. Semplicemente non me la sento e non ho voglia di giustificarmi. Non mi mettere sotto pressione

Lei (furente) – Guarda che il discorso l’hai intavolato tu. Potevi startene zitto. Adesso puoi andartene a fare in c….

Dieci anni fa mi piacevi un mucchio, ma non te l’ho detto.

E’ la tipica frase che ogni donna ha sentito almeno una volta nella vita, giuro. Se sei particolarmente fortunata riesci anche a contarne due, di volte. Io ho vinto l’enalotto, me lo sono sentito dire dai due oscuri oggetti del desiderio della mia prima post-adolescenza.

Sono conscia del fatto che gli uomini hanno due cervelli come gli stegosauri. Uno –  quello sensibile e razionale – nella posizione usuale, dentro la scatola cranica – e l’altro – quello più irruente e irriverente – alcune decimetri a valle.  Posso capire che spesso formare un pensiero coerente in queste difficili condizioni anatomiche risulti laborioso e conflittuale e a volte richieda tempo, ma dieci anni sono un’era geologica ai tempi di internet e soprattutto in dieci anni anche l’attrazione va in prescrizione.

E’ un po’ come se qualcuno ti nascondesse in dispensa una confezione di ganache di Gobino, ma scaduta e abitata da un condominio di camole. Tu la trovi per sbaglio, gioisci un millisecondo, poi analizzi e realizzi. E ti mangi le mani, i polsi e i gomiti per l’occasione persa e il cioccolato sprecato.

Cerchi quindi qualcosa di sensato, o intelligente o ironico con cui rispondere. Peccato che l’unica frase che ti viene alle labbra è porcamaremmamaiala, mentre parte il flash back onirico-erotico nei colori un po’ stinti delle pellicole d’antan. Rimani rigorosamente muta, con la bava alla bocca (non si sa per lo shock o per la bile o per il porno d’antan nella tua testa) e una faccia da cartone animato.

Anubi ti prego illuminami.  Qual’è la risposta giusta ad una frase del genere?

 Vedi cara, è difficile a spiegare, 
è difficile parlare dei fantasmi di una mente. 
Vedi cara, tutto quel che posso dire 
è che cambio un po’ ogni giorno, è che sono differente. 
Vedi cara, certe volte sono in cielo 
come un aquilone al vento che poi a terra ricadrà. 
Vedi cara, è difficile a spiegare, 
è difficile capire se non hai capito già… 

 

(Francesco Guccini – Vedi Cara)

DISCLAIMER: ogni riferimento a persone esistenti o fatti realmente accaduti (non) è puramente casuale