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36.1- gli ultimi metri

Nel weekend abbiamo fatto il trasloco, in 7 ore abbiamo spostato una casa di 340 km. Non è uno scherzo. Roba da reality show.

Tra gli amici a Bologna (3) e a Torino (2), senza scordarci del parentame reale e immaginario (2), escluso il viaggio, ci abbiamo messo circa 3 ore. 3 ore di scatoloni, mobili e lividi e imprecazioni. Insomma siamo andati a sabaudo tempo di marcia.

E’ bello sapere di avere degli amici, amici disposti a svegliarsi il sabato alle 6 del mattino per darti una mano, anche se dispiace loro vederti andare via. E amici disposti a bruciarsi il sabato pomeriggio per sveltirti l’installazione e rallegrarti il delirio con una bottiglia di spumante per un brindisi al volo.

Sono sorpresa, e se avessi un’anima nascosta ancora da qualche parte, sarei sinceramente commossa. Insomma non ho parole… se non un banalissimo:

Grazie ragazzi (e ragazza)! 

A buon rendere…

I miei amici veri, purtroppo o per fortuna
non sono vagabondi o abbaia luna
per fortuna o purtroppo ci tengono alla faccia
quasi nessuno batte o fa il magnaccia.
Non son razza padrona, non sono gente arcigna
siamo volgari come la gramigna
non so se è pregio o colpa esser fatti così
c’è gente che è di casa in serie B.
Contandoli uno a uno non son certo parecchi
son come i denti in bocca a certi vecchi
ma proprio perché pochi son buoni fino in fondo
e sempre pronti a masticare il mondo.
Non siam razza d’artista, né maschere da gogna
e chi fa il giornalista si vergogna
non che il fatto c’importi, chi non ha in qualche posto
un peccato o un cadavere nascosto?
Non cerchiamo la gloria ma la nostra ambizione
è invecchiar bene, anzi direi benone!
Per quello che ci basta non c’è da andar lontano
e abbiamo fisso in testa un nostro piano
se e quando moriremo, ma la cosa è insicura
avremo un paradiso su misura
in tutto somigliante al solito locale
ma il bere non si paga e non fa male.
E ci andremo di forza, senza pagare il fio
di coniugare troppo spesso in Dio
non voglio mescolarmi in guai o problemi altrui
ma a questo mondo ci ha schiaffato Lui.
E quindi ci sopporti, ci lasci ai nostri giochi
cosa che a questo mondo han fatto in pochi.
Voglio veder chi sceglie con tanti pretendenti
tra santi tristi e noi più divertenti
veder chi è assunto in cielo pur con mille ragioni
fra noi e la massa dei rompi coglioni.

(Francesco Guccini – Gli Amici)

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35.1 – DNA Alieno

Una sera sei con due cari amici a sorseggiare birra, la prima Noel 2014, nel tuo locale preferito (*).
Piove a Bologna, c’è un umido che farebbe impazzire di gioia una salamandra, ma essendo tu umano o giù di lì, non è esattamente il tuo clima ideale: dentro il locale fa caldo, fuori piove e fa umido. Fai quindi un po’ dentro un po’ fuori per prendere aria, asciugarti le ossa, fumare…

Ed è fra una sigaretta, qualche battuta e un sorso di birra che tendi l’orecchio ad ascoltare i discorsi che scorrono attorno a te.

“Io sono convinto – dice un ragazzone castano, seduto sulla panchetta davanti alla vetrina – che gli umani non sono del tutto terresti, che hanno una parte di DNA alieno. Sono troppo distanti dalle altre creatura della terra e la prova sono i capelli. I capelli dell’essere umano crescono solo in testa, crescono più in fretta del pelo degli animali e non smettono mai di crescere! E poi l’uomo si rigenera molto più in fretta di tutti gli altri animali…”

Sto sbevacchiando con un fisico ed un ingegnere gestionale. Io sono un’economista in metodi quantitavi, di professione faccio l’informatica. (Lo so sembra una barzellatta. “ci sono un fisico un ingenere e un informatico…”) Insomma siamo tre brutte bestie, tre materialoni cartesiani. Tutti e tra evidentemente cogliamo la frase, la conversazione si blocca d’istante, tendendo le orecchie. Tutti e tre sgraniamo gli occhioni, tra lo stupito e il ridanciano. Tutti e tre deglutiamo in fretta il nostro sorso di Noel, per non soffocare.

“Anche i leoni, allora, sono alieni” dico io.

“E le carote sono la panacea per i difetti agli occhi. Infatti non ho mai visto un coniglio con gli occhiali” dice l’ingegnere.

Il fisico si limita a ridere, dietro agli occhiali.

(*) La tana del Luppolo, regno di JB a Bologna.

PRIMA LEGGE FONDAMENTALE DELLA STUPIDITA’ UMANA

Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero degli individui stupidi in circolazione:
a) persone che reputiamo razionali ed intelligenti all’improvviso risultano essere stupide senza ombra di dubbio;
b) giorno dopo giorno siamo condizionati in qualunque cosa che facciamo da gente stupida che invariabilmente compaiono nei luoghi meno opportuni.
E’ impossibile stabilire una percentuale, dato che qualsiasi numero sarà troppo piccolo.

[Le leggi fondamentali della stupidità umana – Prof. Carlo M. Cipolla]

Un breve saggio che non mi stancherò mai di citare, leggetelo, se non siete voi gli stupidi

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32.1 – Samba notturna

Notte, buio pesto, silenzio tombale. Spalanco gli occhi di colpo e mi tengo al materesso per attutire il colpo di frusta del rientro inatteso dal sogno. Un attimo prima ero su un vecchio tram nella città immaginaria (un po’ Torino dei pieni anni ’80, un po’ Praga, un po’ Parigi BoBo) in cui mi rifugio nei miei viaggi onirici, ora sono su un letto in una stanza buia.

Mi sono accorta di fare un vita davvero randagia, quando arrivando stropicciata al bar davanti all’ufficio per colazione, il proprietario ha preso il vizio di chiedermi: “da quale angolo del mondo arrivi oggi?” E io mi sono sorpresa più volte a rispondergli in modi differenti (Sicilia, Corsica, Madagascar, Torino, Ferrara, Bolognina…). Mi sono accorta poi che la mia vita cominciava ad essere un po’ troppo randagia quando ho cominciato a non riuscire ad orientarmi al mattino. E’ cominciato a succedere in Madagascar, quando ho ricominciato a dormire.

Insomma, mi sveglio di soprassalto, forse per il troppo silenzio, e atterro sbigottita in un letto, in una qualunque parte nel mondo apparentemente.

Poi metto a fuoco gli odori, capisco dove sono, riconosco il luogo come amichevole e riconosco la zampetta del mio peluche che ovviamente dorme ignaro sul cuscino affianco. Immagino la nebbia dietro la finestra e improvvisamene nella mia testa parte una sambetta leggera, fatta di svolazzi di costumi colorati e mulatte ancheggianti. Ta-tarara Ta-ta-tararara Ta-tarara-raaaaaa…

Brasil! Brasil!
Pra mim, pra mim
Brasil!
Terra boa e gostosa
Da morena sestrosa
De olhar indiferente
O Brasil, samba que dá
Bamboleio, que faz gingar
Ó Brasil, do meu amor

Insomma sono le 5 del mattino, fa un freddo cane, e io me la rido tra me e me  canticchiando Aquarelo do Brasil nella mia testolina bacata. Non ho bevuto ieri sera, non ho preso sostanze strane… Quindi o sono appena sprofondata nell’insanità mentale (e allora è meglio chiamar la neuro) o sono semplicemente felice, felice di quella felicità stupida e leggera di chi non riesce a (o non vuole) vedere più in là di un palmo dal suo naso. Andiamo per la seconda, anche se costa un certo coraggio, cazzo.

Prendo il coraggio a quattro mani, lascio scorrere la samba e mi reimmergo nel sonno strizzando il peluche (che non si ribella neppure, da buon peluche).

Brasil! Brasil!
Oi estas fontes murmurantes
Oi onde eu mato a minha sede
E onde a lua vem brincar
O, esse Brasil lindo e trigueiro
É o meu Brasil brasileiro
Terra de samba e pandeiro
Brasil! Brasil!
Pra mim, pra mim…

 

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32 – storie d’amore con i crampi

Seduto al tavolo della cucina di casa mia, un’amico mi racconta della sua storia d’amore con i crampi. E’ l’ennesima storia (compresa la mia) che sento quest’anno.

L’amore – i libri e i nostri vecchi – ce l’avevano raccontato diversamente. Ok, nessuno di noi è il Candide di Voltaire, ma tutti, o molti, abbiamo creduto che costruire una vita con qualcuno fosse un progetto fattibile, dato un congruo impegno di tempo, di energie, e una ostinazione notevole. Poi la realtà si è dimostrata più fantasiosa, e con una creatività decisamente Lovecraftiana.

Il mio amico ha l’aria un po’ stropicciata, gli hanno passato per l’ennesima volta l’anima nella centrifuga e poi nell’asciugatrice. L’ennesima volta, l’ennesimo ciclo caldo-freddo-bagnato-asciutto-appallottolato-stirato. All’ennesimo ciclo, ti rendi conto che rischi l’usura, lo strappo, come un vecchio lenzuolo troppo candeggiato. Se sei intelligente, se hai un po’ di spirito di conservazione, sai che man mano che il giro si ripete rischi di non riuscire più a rialzarti. Allora decidi che il prossimo lavaggio è l’ultimo a cui ti sottoporrai e cominci a prepararti mentalmente all’atterraggio. Fissi una data (sperando inutilmente  in cuor tuo che nel raggio di una settimana, un mese o tre la tua relazione torni ad essere rose e fiori) e ti fai un piano di emergenza. Poi aspetti l’atomica, sai già la data in cui il tuo mondo conosciuto imploderà per poi ri-esplodere sotto nuove forme. Sai che ne uscirai ustionato, ma vivo.

Vorrei aiutare la persona che mi trovo davanti. E mi rendo conto che la cosa migliore che posso fare è rispondere alle domande che mi vengono fatte, abbracciarla e dirgli che “poi passa, passa tutto prima o poi“… e mi ricorda qualcosa e mi ricorda qualcuno.

“there is a loneliness in this world so great
that you can see it in the slow movement of
the hands of a clock.

people so tired
mutilated
either by love or no love.

people just are not good to each other
one on one.

the rich are not good to the rich
the poor are not good to the poor.

we are afraid.

our educational system tells us
that we can all be
big-ass winners.

it hasn’t told us
about the gutters
or the suicides.

or the terror of one person
aching in one place
alone

untouched
unspoken to

watering a plant.”
Charles Bukowski, Love is a Dog from Hell

 

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30.1 – flash back. Una cena (con delitto) 90 anni fa.

Halloween 2014, una casa in Bolognina, 21:00 circa. La curve dello spazio tempo si piega per un attimo e ci troviamo in un altro tempo, in un altro luogo. Siamo negli anni ’20 del secolo scorso, a Londra.

Si ode bussare alla a porta, e accolti da “Buzz”- il padrone di casa – fanno il loro ingresso la sprezzante nobildonna Alice Stingler Marolla, l’eccentrico e scapestrato cognato e il noiosissimo professor Spencer. Ad attenderli in casa c’è la nota e chiacchierata ballerina del Priscilla, Miss Daisy Harlington Spencer, incidentata ad una gamba. Poco dopo, si aggiungono alla compagnia la restante parte degli invitati. Mr Marolla – proprietario del Priscilla e marito di Alice arriva accompagnato dai suoi dipendenti: la zitellona Ms Bright, contabile, e il brusco buttafuori McCane. Segue a ruota dall’anziano medico della famiglia Marolla: il Dr Littlewings.

La compagnia al completo si appresta ad una piccola cena formale tra vecchi amici e conoscenti, a base di esotico e rarissimo (per i tempi) cibo cinese, importato dal lontano oriente (leggesti il ristorante take away cinese all’angolo) appena in tempo per la serata….

Comincia così una delle più esilaranti serate di Halloween a cui abbia preso parte. Tra costumi ben studiati, piume di struzzo, monocoli, panciotti e bocchini, ha luogo una lunga recita ‘al buio’ collettiva che, col pretesto di un delitto di Borgesca ispirazione, mette in piazza fantasiose vite private dei personaggi fittizi e ironici dettagli delle vite reali dei partecipanti.

Sicuramente una serata riuscitissima, grazie all’impegno della nostra Daisy e (nella vita reale suo) “Buzz”.

Non svelerò, però, ulteriori dettagli, nel caso in cui la padrona di casa voglia rifare uso, in futuro, di tutta o parte dell’ambientazione.

Maria ti guarda con gli occhi un poco
come Venere loschi.
Cielo par che s’infoschi
quello sguardo, il suo accento è quasi roco.

Non è bella, né in donna ha quei gentili
atti, cari agli umani;
belle ha solo le mani,
mani da baci, mani signorili.

Dove veste, sue vesti son richiami
per il maschio, un’asprezza
strana di tinte. È mezza
bambina e mezza bestia. Eppure l’ami.

Sai ch’è ladra e bugiarda, una nemica
dei tuoi intimi pregi;
ma quanto più la spregi
più la vorresti alle tue voglie amica

Fanciulle – Umberto Saba

 

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29.2 – La mia vita in una scatola di cartone

Mi impongo di essere ottimista, di confidare nel meglio, agire per esso e – come sempre – tenermi una scialuppa di salvataggio nel caso succedesse il peggio. Quindi nonostante le notizie incerte e due persone a cui tengo in ospedale, per motivi vari, oggi, penso agli scatoloni del trasloco.

Nella mia avventura bolognese, gli scatoloni sono diventati ormai una routine quasi rassicurante. Ho fatto scatoloni a febbraio del 2011, li ho rifatti a aprile del 2012, ancora ne ho fatti a dicembre del 2012 e a giugno del 2014. E li rifaccio ora. Stranamente, gli scatoloni li faccio sempre da sola, anche se questa volta, almeno, c’è una ragione fondata.

Così con aria furtiva mi sono presentata al supermarket davanti a casa (dove peraltro non mi vedono mai) e ne sono uscita con cinque scatoloni stropicciati di varia natura: scatoloni dei tetrapack del latte, scatoloni delle bottiglie di vino bianco, scatoloni azzurri delle uova… uscendo dal supermarket, con gli scatoloni colorati in mano, ammetto, mi sentivo un po’ un barbone di altri tempi.

Comincio sempre dai libri. Amo i libri e me li porto dietro di casa in casa come una rassicurante coperta di Linus, una coperta di parole, del peso approssimativo di un quintale. Ho libri che sono ancora negli scatoloni dell’ultimo trasloco, non li ho disimballati, ma sono lì e mi guardano benigni da dentro il cartone ondulato. Ne sento lo sguardo e so che comunque ci sono, vicini ai miei occhi anche se non visibili. Ho libri in cantina, nelle cantine di due case diverse. Ho libri nelle dependance estive familiari, sparsi sul territorio di una nazione, e libri in valigie e zaini che attendono ancora di essere disfatti.

Ci sarà il momento dei vestiti, con le sue problematiche insolubili. Ha senso, fare qui, ora, il cambio degli armadi, o è meglio tener duro in abiti estivi fino a fine dicembre? (Svegliarsi stamane con un caldo 7° sembra puntare verso una certa soluzione) e quei vestiti che mi stanno ormai un po’ più che larghi, me li porterò dietro? E quale montgomery abbandonare su questo terreno straniero?

Poi, poi verrà il tempo del resto: vestiti, ornamenti, elettrodomestici, stoviglie e altri ammennicoli vari, e per ognuno di essi, lancerò una monetina per decidere cosa portarmi dietro e cosa lasciare indietro. Ho deciso di lasciare al caso la scelta, magari saprà crearmi, associando gli oggetti a caso, ricordi migliori di quelli che mi porterei dietro scientemente.

E poi ci sono i luoghi e gli amici di questi ultimi otto mesi che non posso inscatolare e portar via con me, e di quelli prenderò una foto, in bianco e nero, da portarmi via al loro posto.

Why am I the one always packing all my stuff
I think I kinda like it but I might of had too much

I’ll move back down to this western town
When they find me out make no mistake about it

(Fun – Why am I the one)

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29 – La fortuna è una donna capricciosa e ubriaca

La fortuna non esiste o per lo meno mi sono sempre ostinata a credere profondamente che essa non sia altro che un dividendo a fronte di tanto sudore investito. Ma…

Dopo più di un anno, al vero quasi due, di totale assenza della grande meretrice dalla mia vita, essa si rifà viva in tenuta da Charleston (ogni riferimento non è casuale). Sono stata un po’ indecisa tra il prenderla a sprangate sul naso o spargere petali dove appoggia i piedi. E’ stata in vacanza, dice, si era stufata del mio noioso tran tran quotidiano. Per farsi perdonare ha portato una serie di piccoli presenti:

  • un biglietto di sola andata per il ritorno
  • un nuovo animale totem, più buffo e assurdo che mai
  • un giovane lupo di pianura
  • una scappatella nell’altro emisfero (ma questa è un’altra favolosa avventura)
  • e amici, tanti, con cui condividere il tavolo di questo immenso gioco aspettando la partenza

Con grande stupore e la gioia di un bambino la vigilia di Natale, mi preparo a liberare il pacchetto da chellophane e respiro prima di leggere attentamente le regole, che è sconsigliato questa volta, a questo tavolo, sbagliar la mossa.

Poco senno ha chi crede la fortuna

O con preghi o con lacrime piegare,

 E molto men chi crede lei fermare

Con senno con ingegno o arte alcuna.

(Giovanni Boccaccio)

P.S. che la troia, nel suo giro, offra un bicchiere di idromele anche a qualcuno dei miei amici che, per varie vicessitudini, meritano una visita (M., L. e V. bon courage)