Fine.

Il 13/12/2014 ho varcato la soglia della mia casa a Torino. L’ho varcata per restarci. Dal giorno in cui ho deciso che non avrei voluto restare a Bologna, al giorno in cui sono approdata a casa sono passati 255 giorni e 254 notti.

In questo lungo viaggio ho avuto alcuni dei giorni o delle notti peggiori della mia vita, e sicuramente alcuni dei migliori. Ho avuto nuovi amici e nuove amiche, posti che ho sentito più ‘casa mia’ della casa in cui avevo il mio domicilio e ho speso qua e la qualche brandello di anima rimasto.

Ho preso il mio tempo per salutare e ringraziare luoghi e persone a Bologna. In qualche modo mi hanno portato a casa.

Il blog, questo blog, chiude qui. Questo viaggio è finito.

Un’altro viaggio comincia a Torino Beach (barche nei boschi).

E prego qualche Dio dei viaggiatori
che tu abbia due soldi in tasca
da spendere stasera
e qualcuno nel letto
per scaldare via l’inverno
e un angelo bianco
seduto alla finestra.

(Ninnananna – MCR)

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Citazione

33.2 – Le 10 cose per cui vale la pena vivere, partire, restare. Reloaded.

Per simmetria riaggiorno la mia lista delle 10 cose per cui… La situazione è simmetrica a quella che mi spinse a fare quelle tre liste quasi 4 anni fa quando stavo lasciando Torino… ora a Torino ci rientro

LE DIECI COSE PER CUI VALE LA PENA VIVERE

  • Guardare la Pianura Padana dalla terrazza superiore della Sacra di San Michele, in una giornata limpida e tersa
  • il misto di esaltazione e paura che annuncia l’inizio di una nuova avventura o di un nuovo viaggio
  • le fusa disinteressate del gatto che ti si piazza prepotentemente sulla pancia in una giornata nera
  • gli errori, quando li fai, quando te ne accorgi e quando li ripeti
  • la neve quando cade a fiocconi densi e zittisce l’universo attorno
  • camminare, in giro per i sentieri di mezzo mondo
  • i compagni di viaggio che si incontrano e che condividono un pezzo più o meno lungo di strada
  • le notti in cui trovi un rifugio da te stesso
  • la buona birra
  • il buon cioccolato

LE 10 COSE PER CUI VALE LA PENA PARTIRE

  • Le mia alpi, visibili e vicine
  • finire il salasso economico continuo che vivere a Bologna implica e ricominciare a vivere su un altro tenore
  • il caldo allucinante d’estate
  • avere la mia famiglia vicino
  • i miei amici a Torino
  • le migliori opportunità di lavoro
  • la cioccolata e i dolci (da Pfatish a Gobino, da Samabaia a Fiorio)
  • la mia splendida casa con il parquet flottante e le porte verdi
  • la carne di fassona
  • l’esagerazione e lamentio tipicamente bolognose

LE DIECI COSE PER CUI VARREBBE LA PENA RESTARE

  • La tana del Luppolo e J.B.
  • Il circolo Evolution
  • l’odore dei tigli a maggio (che bel maggio quest’anno, che bel maggio è stato)
  • i miei nuovi amici di giochi e di luppolo
  • il mio gruppo di kendo
  • la libertà totale e incondizionata
  • i miei colleghi
  • l’ufficio in pieno centro
  • my S.O. & Co.
  • l’anima effimera

 

Well, I woke up in the morning
There’s frogs inside my socks
Your mama, she’s a-hidin’
Inside the icebox
Your daddy walks in wearin’
A napoleon bonaparte mask
Then you ask why I don’t live here
Honey, do you have to ask?

Well, I go to pet your monkey
I get a face full of claws
I ask who’s in the fireplace
And you tell me santa claus
The milkman comes in
He’s wearing a derby hat
Then you ask why I don’t live here
Honey, how come you have to ask me that?

Well, I asked for something to eat
I’m hungry as a hog
So I get brown rice, seaweed
And a dirty hot dog
I’ve got a hole
Where my stomach disappeared
Then you ask why I don’t live here
Honey, I gotta think you’re really weird.

Your grandpa’s cane
It turns into a sword
Your grandma prays to pictures
That are pasted on a board
Everything inside my pockets
Your uncle steals
Then you ask why I don’t live here
Honey, I can’t believe that you’re for real.

Well, there’s fist fights in the kitchen
They’re enough to make me cry
The mailman comes in
Even he’s gotta take a side
Even the butler
He’s got something to prove
Then you ask why I don’t live here
Honey, how come you don’t move?

(On the road again – Bob Dylan)

Stato

21 – piove

Oggi piove e cammino sotto i portici di via Farini.

Mi sei venuto in mente tu, anni fa. Quando uscivamo apposta, sotto il goretex, per camminare sotto la pioggia a Torino: Via Madama Cristina, Corso Vittorio, Via Roma giù fino in piazza CLN. Bagnati fradici, i tuoi occhiali appannati a nascondere i freddi occhi grigi. Io con il naso al vento, gocce di pioggia mischiate a lentiggini.

Quante volte l’abbiamo fatto? 100? 1000? Poi si è perso anche quello nella pioggia di Torino.

Eppure camminare nella pioggia continua a piacermi, senza compagni di passi.

‘Cos I know, I know, I never meant to cause you no pain
And I realize I let you down
But I know in my heart of hearts
I know I’m never gonna hold you again

Now I, Now i know, i wish it would rain down, down on me
Ohh I wish it would rain, rain down on me now

(I wish it would rain down – Phil Collins)

Digressione

16 – una notte d’estate un furetto…

Non so perché, ma ieri chiacchierando sul balcone con un amico mi è tornato in mente il furetto (Rosencrantz, o Polvere o Furo). Polvere è stato il primo, l’unico e l’ultimo furetto della mia vita. Non perché fosse troppo difficile da tenere, girava per casa come un gatto, né perché fosse cattivo (non si è mai neppure sbranato i gattini) o chissaché… semplicemente era l’animale più splendidamente dolce e stronzo che la natura abbia creato.

Ai posteri voglio tramandare alcune delle sue avventure più notevoli:

  1. In Via dei Mercanti si è infilato nel camino e ne è uscito baldanzoso e fiero e NERO, lasciando la scia di fuliggine per tutta la casa
  2. Ancora non sterilizzato marcava il territorio con le urine (sempre in Via dei Mercanti), poi ci pucciava la pancia e la strisciava lungo tutto il perimetro dell’appartamento
  3. Un giorno, sempre da Via dei Mercanti scappò di casa – una casa con ingresso sul ballatoio – e sparì per ore. Lo cercammo disperati per gli isolati attorno, chiedendo in giro se qualcuno avesse visto un furetto (sì e vaglielo a spiegare alla gente che cos’è un furetto), gridando dietro ogni tombino, finestrella e angoletto di tutto il quadrilatero romano. Il tutto per ritrovarlo ore dopo, lercio e putrido come un cadavere che usciva dal tombino di casa, con l’aria felice di chi aveva fatto baldoria con gli amici ratti tutti notta
  4. A Sauze, portato in giro nella neve, per fargli assaporare un po’ di frescura, si è attaccato al naso di un pastore tedesco, circa grande 100 volte più di lui. Il lupo ne è uscito uggiolante e mortificato (abbiamo staccato il furetto a mano) e lui tutto orgoglioso di avere insegnato il cagnolone il rispetto per quelli più piccoli
  5. Una Pasqua si sbranò tutti i coniglietti della Lindt che avevo comprato, dopo averli cacciati e rintracciati per tutta casa. Il pavimento era cosparsi di cadaveri di carta alluminata dorata e cioccolato al latte leccato a morte.
  6. Amava il sapone di Marsiglia, lo mangiava e poi lo ruttava in bollicine per tutta casa
  7. Quando ancora giovane lo portavamo in giro per Torino al guinzaglio si faceva coccolare da tutti, ed è stato più volte motivo di ilarità quando lo abbiamo spacciato per un topo marsupiale, un canguro ragno, un ratto siberiano e chi più ne ha più ne metta.
  8.  Non si era neppure mangiato i gattini neonati di Hestia, quando incautamente lascia la porta della sala aperta… contro ogni aspettative a sera lo trovai coi piccoli intento a rubare il latte alla grande mamma gatta.
  9. Si associava coi gatti, per le peggiori scorribande di furto mai note. Loro, agili, facevano in modo di fargli arrivare a portata di zampe le cose, e lui tenace e stronzo, apriva i pacchi (latte, scatolette, croccantini etc etc etc)… poi dividevano equamente.
  10. Una volta morto, e dopo aver passato una settimana agostana in freezer, ha avuto il corteo funebre più assurdo del mondo. Un branco di cavalli ha assistito al suo funerale illudendosi che nel sacchetto di carta ci fossero delle carote. Che amara delusione.

>°..°< ‘notte piccolo stronzo >°..°<

Stato

11.2 – un posto da chiamare casa

Prendo il treno, l’ennesimo treno, tra Bologna e Torino. Ho un progetto nella testa e l’anima in gola. Vado a riprendermi casa mia. Gli inquilini sono tornati al paesello e, chiavi nella borsa, io ritorno a casa.

Ho passato quasi tutti i giorni, dall’inizio di quest’anno a smantellare strutture. Prima di costruire, prima di ricostruire, bisogna fare tabula rasa della vita precedente. Distruggi e smantella. Smembra i sogni, cancella i ricordi, azzera le aspettative, togli i sentimenti dalle pareti. Annulla, imbianca, spersonalizza. Restano una manciata di foto in un album da qualche parte, e resta qualche oggetto orfano, dimenticato e abbandonato a se stesso. Brandelli di una vita passata, senza più significato alcuno.

Oggi salendo sul treno, ho deciso di cominciare a ricostruire. Non sono più in fuga da una realtà troppo invadente e troppo scomoda. Ho abbandonato quella fuga a rotta di collo che avevo cominciato a inizio Aprile, chiedendo disperatamente di tornare a Torino. Oggi, salendo sul treno porto nello zaino il primo mattoncino e dello spazio libero, pronto per nuove avventure.

Torino mi accoglie tiepida e vagamente nuvola, quel suo abbraccio un po’ inospitale e un po’ scontroso che noi torinesi amiamo tanto e ci portiamo addosso (e ci scambiamo spesso). Passo da casa dei miei a prendere i miei quattro stracci e mi avvio lenta, con la musica nelle orecchie verso il portone di casa. Ad ogni passo lascio in dietro un pensiero, della ruggine, della polvere. Sotto il portone di casa, lo zaino col computer e lo spumante, e la borsa con il cellulare e le chiavi sono finalmente l’unico bagaglio che mi porto appresso, esternamente e internamente.

Apro il portone, la portina interna e rincorro la mia anima su per le scale. Davanti alla porta resto a fissare il mio cognome sul campanello. Lo guardo bene, per ricordarmi bene chi sono, chi c’è sotto queste lentiggini e sotto questi occhi cangianti. Infilo le chiavi ed entro.

Mi accoglie quell’eternità che appartiene alle case di inizio secolo scorso: l’odore del legno di faggio, il vago sentore di umido dei muri spessi, il fruscio dei tubi dell’acqua a vista, la luce dorata e abbagliante che entra dalle altissime finestre, il crepitio lieve del parquet flottante. Abbandono il poco bagaglio inspirando a pieni polmoni e mi lascio cadere a peso morto, ad angelo, in centro alla sala. Con gli occhi chiusi, come un novello Ulisse sulla spiaggia di Itaca, s respiro l’odore di casa.

E dopo molto, troppo, tempo una felicità irrequieta e danzante si mischia al sangue e trotterella allegra giù dalle arterie e su per le vene. Senza pensieri e coi piedi leggeri la vita è finalmente luccicante e facile. Stappo il mio spumante rosé me ne godo un bicchiere e invito poi qualcuno a finire il resto. La felicità ha un odore più buono se c’è qualcuno – magari a sua insaputa – che ne condivide un pezzo. Nessuna delusione, nessun tradimento, nessuna pugnalata al mondo mi farà mai ricredere in merito.

Ho nuovamente un posto, un posto senza ricordi, da chiamare casa. Un attaccapanni dietro alla porta dove lasciare le scarpe e appendere l’armatura e la cotta di maglia. Pochi metri quadri dove poter lasciare correre liberi e nudi i brandelli d’anima superstiti.

(Ho avuto alcuni compagni di viaggio in questi metri. Non tutti si sono accorti della strada, della fatica o delle buche. Devo loro una birra, se non hanno già avuto lo spumante.)

C’è un principio d’ironia
Nel tenere coccolati
I pensieri più segreti
E trovarli già svelati
E a parlare ero io
Sono io che li ho prestati

(Elisa – gli ostacoli del cuore)

 

Digressione

9 – La succursale di Stoccolma

Torino non è molto più a Nord di Bologna, ma il clima tra le due città è diverso. E se Bologna è generalmente una città calda su cui spesso e volentieri aleggia un cielo azzurro che ben si intona con il rosso della città, beh… Torino è diversa.

Torino ti attende con il suo migliore abbraccio la sera, quando scendi dal treno. Esci da Porta Susa, arrivando dai 35 gradi di Bologna, in maglietta e ti trovi sotto il diluvio universale. Le dona eh. E’ bellissima, nel suo fascino austero, con il suo cielo plumbeo, lo scrosciare dell’acqua e le luci che rimbalzano sul bagnato.

Tu rimani lì. Battendo i denti rimani lì a guardarla, incapace di muoverti. Bestemmiando di freddo continui a rimanere lì, attonito e innamorato, mentre soffri come un cane.

Torino è un’amante che si concede poco, che si fa intravedere e si cela, che si nasconde e si nega e quando ti trova innamorato a pendere dalle sue labbra, ti gela l’anima e ti guarda sorniona soffrire.

Torino mi ricorda certi uomini e certe donne. Quelli o quelle da cui sarebbe opportuno fuggire, per persone più assennate e più miti, ma da cui proprio non riesci a staccare lo sguardo e il cuore.

Bologna invece è una ragazza assennata, quella che diventa sempre l’amica di una vita.

Chi mi conosce, sa che non c’è competizione.

 

“Ma cos’è? La succursale di Stoccolma?” – disse un amico Aquilano uscendo da Caselle

Digressione

3.1 – Sabaudade

Mi giunge la notizia che una mia amica ho ottenuto oggi la residenza a Torino. E non sa in che condizione si è messa… perché Torino ti lega e ti intrappola in quel suo misto di austera dignità sabauda, charme da Parigi ‘vorrei ma non posso’ e ambiguità da città di frontiera.

Se ti leghi a Torino, in qualche modo, ne rimarrai schiavo come un amante amato e rifiutato da una nobildonna ottocentesca.

Torino e quell’amaro in bocca, quel groppo alla gola che ti prende quando ti allontani e ti lasci alle spalle i suo teatro di alpi. Quel senso di prigione dorata che ti accoglie quando ci ritorni. Quell’idea lontana che ti tinge le giornate di malinconia quando sei altrove.  Quel senso di vuoto che ti colpisce gli occhi quando scendi in pianura.

Lo sanno bene i Torinesi emigrati (perché da Torino, che è un mondo a sé, né francese né italiano, si emigra anche se ti sposti in Italia) come me, che si portano dietro questa saudade tutta brasiliana…

Di sabaudade si scrive, si canta, si blogga.

E’ una malattia, che dovrebbe essere catalogata nei manuali di medicina.