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36 – Scambi di ostaggi

L’amore non è uno scambio di ostaggi.
Non si ama qualcuno perché a sua volta ci ama, o perché ci riami indietro.
Non si smette di amare qualcuno perché non ci ama.
Non si pretende di essere riamati, anche se si, sarebbe bello, più bello.

L’amore è un prestito che si fa, ‘vuoto a perdere’.
Si ama per il gusto del gioco, per l’amore in sé, per sentirsi leggeri.
Si ama per condividere le cose stupide, le notti insonni, le corse sotto la pioggia, le risate.
Si ama qualcuno, per quello che è (o forse per quello che ci mostra di essere), pacchetto completo, all inclusive.
Gli si presta l’anima, gliela si lascia portare a spasso, per un po’.
Poi, come qualunque animale fedele, l’anima torna dal suo padrone, e l’amore finisce.

L’amore è un gioco masochista, sai comunque che andrà a finir male, in un pacchetto di sigarette fumate di corsa, sul fondo di un bicchiere di birra scura, possibilmente tripla.

La chimica invece… Che brutta roba è, ancora peggio dell’amore. Quando la pelle si riconosce nel corpo di un altro. Quando l’odore dell’altro è una droga e le mani non sanno restare, irrequiete, al loro posto.
La chimica, a differenza dell’amore, purtroppo, resta.

l’amore è un cane che viene dall’inferno – C. Bukowsky

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33.1 – BoBo vorrei ma non posso…

Il BoBo (crasi di Bourgeois-Bohème) è, per definizione, un parigino di ceto agiato, tendenzialmente di sinistra, tendenzialmente ecologista, individualista e egoista, tendenzialmente hi-tech, apparentemente tollerante, alla moda ma non troppo. Baluardo del melting-pot mi mischio ma non troppo, dell’alternativo tout court, dello snobbismo culturale ma celato e perennemente malato di sindrome di superiorità. Questa per lo meno ne è grossomodo la declinazione francese.

La declinazione italiana del BoBo, non è altro che la versione sfigata del cugino francese. Perché chi in Italia ha redditi da BoBo d’oltralpe  (> 100.000 € l’anno) indugia nella vita da vecchio borghese: figli, macchinone, scuola privata, tata, vestitino d’Armani… Quini a fare i BoBo restiamo noi.

  • Abbiamo 30-45 anni (come i cugini),
  • viviamo da soli o in piccoli branchi (per rispetto del territorio e del diritto di tutti ad avere una casa, per la compagnia o più verosimilmente perchè siamo poveri in canna)
  • Abbiamo uno smartphone più grosso di noi attaccato alle dita (pagato a rate) in cui pianifichiamo gli appuntamenti, segnamo la lista della spesa, archiviamo le cose importanti e soprattutto giochiamo a candy crush saga
  • Sembriamo sempre usciti da una asciugatrice, perché occuparsi troppo della moda e dell’aspetto è dozzinale, ma siamo grossomodo firmati e soprattutto non possiamo permetterci una colf e un’estetista / parrucchiere tutte le settimane
  • Abbiamo gli hobby che gli altri non hanno (il kendo, i giochi da tavolo, la ceramica, il cinema d’essai) un po’ perché ci piace davvero così, un po’ per spirito di gruppo un po’ perché la massa proprio quella ci fa schifo. E a noi piace elevarci dalla massa, ci piace provare schifo.
  • Abbiamo settecento paranoie che ci rendono speciali: allergie all’ozono, ideologie deliranti, religioni improbabili.
  • Mangiamo roba improbabile quando ce ne ricordiamo: i polli che finiscono nel nostro pancino erano polli felici che dormivano su trespoli di argento, i pesci sono stati pescati e congelati alla fonte in un oceano iperpulito dall’altra parte del globo, il cioccolato è di Gobino o al più di Modica, i tortellini sono stati fatti a mano dalla ‘sdaura centenaria, e il whisky ha fatto almeno tre volte il giro del globo in una botte di seta prima di giungere sulla nostra tavola. La birra che beviamo è esclusivamente artigianale, e il vino è sempre DOC. Ovviamente per poterci permettere tutto questo poi beviamo l’acqua del rubinetto e pranziamo a insalata alla mensa aziendale (se pranziamo, a volte no, specie verso fine mese)
  • Abbiamo lavori altisonanti, che pagano poco, ci occupano tantissimo tempo e nessuno riesce mai esattamente a capire esattamente di cosa ci occupiamo: siamo i social media manager, i personal trainers, i business analyst, i family bankers….
  • Facciamo la raccolta differenziata e siamo profondamente preoccupati per il futuro del nostro pianeta, in fondo non abbiamo nulla di meglio di cui preoccuparci…
  • Abbiamo sporadiche vacanze alternative ma parimenti (o più) costose: andiamo a piedi dove gli altri vanno in macchina, andiamo da soli dove gli altri vanno nei viaggi organizzati, soggiorniamo in hotel extra-lusso e super silenziosi dove gli altri stanno nei villaggi turistici
  • Siamo le divinità segrete delle relazioni instabili, esempi viventi – per non-scelta, per paura o per sfiga, per perenne sindrome di trilly o di Peter Pan – del LAT(1)  e del DINKS(2) , nonchè grandi apostoli del ‘non sai quanto è bello stare da soli’ e del ‘non mi sento pronto per una storia seria’.
  • Abitiamo mansarde microscopiche in centro perché sono intime e comode, case sperdute nella pianura perché amiamo la natura, o appartamenti pluri-single perché ci piace la compagnia, e non diremmo mai di non poterci permettere un’abitazione come dio comanda, non con tutti i vizi di cui sopra…

Insomma affrontiamo la vita come se fosse un grande hobby, un giocattolone che facciamo un po’ fatica a permetterci. Criticateci, voi che potete. Noi siamo troppo impegnati a non prenderci troppo sul serio.

(1) LAT : Living Apart Together – coppie relativamente stabili che decidono di vivere in abitazioni separate anziché eleggere una comune dimora (per mantenere i propri spazi, per tenere fresca la relazione, per il gusto dell’attesa del tempo speso assieme, per tenere il piede in due luoghi, per mantenere la propria autonomia, per evitare commistioni finanziarie, per non avere obblighi di gestione etc etc)

(2) DINK(Y): Dual Income, No Kids (Yet) – Coppie che, avendo due stipendi, non hanno avuto (ancora) figli e pertanto posso liberamente avvalersi di un tenore di vita superiore alla media e permettersi sfizi.

 

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33 – a ognuno la sua (debolezza)

Siamo adulti. Alcuni di noi sono caduti malamente e si sono rialzati. Siamo diventati duri, corazzati, indistruttibili. Sappiamo spesso quello che vogliamo e dove andiamo… siamo grandi ormai, eppure ognuno di noi ha una qualche piccola debolezza – in materia di sesso opposto, o di stesso sesso se è quello il gusto – che ci rende completamente inermi e rincoglioniti…

  • c’è chi subisce il fascino dell’uomo terrone
  • c’è chi stravede per un paio di tette grosse
  • c’è chi, all’opposto, ama un bel culo
  • chi cede per i rossi o per le rosse
  • e chi perde consapevolezza di se davanti a un paio di occhi chiari
  • c’è chi ha la fissa dei piedi
  • chi del tailleur, la scarpa col tacco e le autoreggenti

E gli altri, se lo sanno, ti prendono proprio lì sul punto debole….

Così mia madre, quando gli parlo troppo di un qualche amico (maschio) mi chiede “ma… di che colore ha gli occhi?” e se la risposta è “chiari“, sghignazza farfugliando “ho capito“.

Così un mio buon amico, sorseggiando la birra spalanca gli occhioni chiarissimi stile gattino di Shreck quando mi dice “mi porti a casa tu, stasera? mi porti a casa tua? daaaai“.

Insomma, la mia arcinota debolezza per gli occhi chiari è da anni ampio oggetto di scherno…

 

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29.1 – l’amore è un cavallo

Sarà che i cavalli hanno accompagnato gran parte della mia vita, sarà che a tutti gli effetti i cavalli sono stati la mia prima vera passione. Per me, l’amore, ha sempre le fattezze  di un cavallo più o meno sporco, più o meno malconcio.

A volte l’amore è  uno stallone inglese: Splendido e luccicante, ma bizzoso, irascibile e incostante. Si avvicina spavaldo e affettuoso e poi  si scosta. Una volta ti annusa e e la volta dopo ti schiva, e poi ricomincia il balletto. Infine si impenna e ti fugge lontano, mentre tu rimani a guardare la polvere e a chiederti se ti è passato davvero vicino o l’hai solo immaginato.

L’amore può essere anche un bardotto: a prima vista sembra un cavallo e nitrisce, ma dentro è un asino e il suo animo raglia. Morde, tira e scalcia e non riesci a ottenerne nulla di buono. Quando ti accorgi del piccolo inganno, la cosa migliore che ne puoi fare è una bella grigliata di carne, con tanto vino e buoni amici. Tanto è inutile frustare un asino sulla pista da galoppo, non ce la può fare, in nessun modo.

Infine l’amore può essere una giumenta araba: leggiadra e fiduciosa. Ti sceglie con calma e ti cammina affianco senza strappare. Si presenta un po’ magra e impolverata, ma dopo un po’ di lavoro di striglia e qualche secchio di fieno ti appare nelle sue vesti sfavillanti di figlia del deserto.

 E Allah prese una manciata di vento del sud, ci soffiò sopra, e creò il cavallo. “Che tu possa volare senza ali e conquistare la terra senza una spada, cavallo!” (uan leggenda berbera)

 

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21.1 – le stelle cadenti mentono

Rinella, un posto disperso a sud tra fuoco, acqua e cielo. A notte inoltrata me ne sto stravaccata sulla sdraio del terrazzo superiore dell’hotel L’Ariana, dopo una giornata di sudore e cammino, a guardare le stelle con i miei compagni di viaggio. La via lattea sta dando spettacolo di sé, tagliando il cielo in due metà perfette. Identica cosa fa la scia dei vulcani (Etna, Vulcano, Stromboli, Vesubio) sotto di essa, speculare. Cicatrici nel tessuto continuo dell’universo.

Insomma, siamo lì, stravaccati con gli occhi nel cielo a sprecare parole, a riempire quel disagevole senso di infinita piccolezza della vita umana davanti alla devastante grandezza dell’universo. Cerco e trovo con sguardo sicuro le mie costellazioni (Cassiopea, le orse, Orione, le Pleiadi) e ne invento di nuove (il panda magro, l’elefante zoppo, il riccio di mare, il cavalluccio marino gay). Poi saetta una piccola luce, un piccolo volo di un paio di secondi scarsi, parallelo alla via lattea.

<<una stella cadente, esprimi un desiderio>>

<<no, tanto le stelle cadenti mentono. Mentono dal principio, dal nome, perché non sono stelle, e tecnicamente neanche cadono.  E non hanno mai esaudito un mio desiderio, ammiccano, ti illudono e poi ti lasciano da solo a sperare. Bisognerebbe dire “guarda un meteoritino con le chiappe in fiamme, esprimi una maledizione”. Allora forse si prenderebbero la briga di darsi da fare. Ma certo, se sei un meteoritino sfigato, pagato dall’universo il minimo sindacale per darsi fuoco, forse non avresti voglia di assolvere le richieste di un pigro umano spaparanzato sulla terrazza.>>

<<secondo me erano solo sbagliati i desideri che hai espresso>>

<<Bene. Avanti con la prossima stella. Ne ho uno zaino da 60 litri pieno, di desideri sbagliati>>

(Ai miei compagni e alle mie compagne di viaggio alle Eolie – a una in particolare. Ai miei compagni di desideri inesauditi, ovvero a tutti quelli con cui ho guardato le stelle, parlando appollaiata su balcone, un terrazzo, stravaccata per terra o camminando per un sentiero in montagna di notte. Ai miei desideri inesauditi, a te.)

Ti brucerai
Piccola stella senza cielo.
Ti mostrerai
Ci incanteremo mentre scoppi in volo
Ti scioglierai
Dietro a una scia un soffio, un velo
Ti staccherai
Perche’ ti tiene su soltanto un filo.

Ligabue – Piccola stella senza cielo

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17.2 – piccolo dizionario bolognese – italiano

Per par condicio, e per aiutare invece gli amici piemontesi che non si raccapezzano più di quello che dico (e che spesso mi dicono di sciacquarmi l’accento nel Po), elenco e traduco, come nel post precedente, i miei più frequenti imbastardimenti liguistici bolognesi:

  • cinno: bambino, ragazzetto
  • pilla: soldi
  • ciappino: cosa da fare, incombenza
  • spanizzo: che fa il grande, il disinvolto
  • ciappinaro: uomo di fatica, artigiano, idraulico etc etc
  • dammi / ti do il tiro: ti apro la porta dell’ingresso
  • gnola: lagna, lamentela (qualcuno ebbe il soprannome di Nignola)
  • a monculo battipanni: in culo a Giove, a Canicattì
  • gli è scesa la catena: è andato fuori di testa (avete presente quando in bici si sgancia la catena e pedalate a vuoto…)
  • una bazza: un affare, un cosa conveniente
  • il rusco: l’immondizia
  • gubbiare: dormire
  • scancherare: imprecare, bestemmiare
  • sbagiuzza: raba da poco, cazzata
  • guzzare: scopare, trombare
  • un bagaglio (di roba o di persona): qualcuno o qualcosa che è essenzialmente un peso e serve a poco
  • balotta, far balotta: vedere gli amici, fare compagnia, baracca
  • bona, bona lé, riga: basta. finito.
  • sgodevole: spiacevole, di cattivo umore, fastidioso
  • non volerne mezza: non poterne più, non volerne sapere, averne avuto a sufficienza
  • bresca, essere breschi: sbronza, esser sbronzi
  • mi ha fatto una pezza: mi ha attaccato bottone allo sfinimento
  • maraglio: truzzo, cafone
  • tocciare: intingere, pucciare

 

E poi ci sono soccia, soppa e soc’mel… che sarebbero tutti un invito alla fallatio, ma che alla fine dei conti è diventata l’esclamazione principe per qualunque stato d’animo (rabbia, sorpresa, stupore, ammirazione, rifiuto, disprezzo, schifo etc etc.)

Capite che tra i due idiomi c’è una certa distanza, e io sono rimasta intrappolata nel mezzo. che vita dura, che dura vita.

 

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17.1 – piccolo dizionario piemontese – italiano

Nonostante siano ormai anni che vivo in quel di Bologna, tutt’ora mi capita di trovarmi nel centro di una conversazione e usare qualche piemontesismo (ormai italianizzato) che i miei amici bolognesi non capiscono… quindi, anche se con un po’ di ritardo, ecco una breve lista di quello che spesso dico e che non viene normalmente capito:

  • gadàn, gadano: sciocco, inconcludente.
  • badola: stupido, citrullo.
  • picabale: rompicoglioni, tignoso, fastidioso. Letteralmente ‘becca palle’
  • pisa pi curt, piscia più corto: racconta meno balle, tiratela di meno.
  • dé il bleu, dare il blu: abbandonare, lasciare, scappare
  • del pento, del pentu: che non vale nulla, malfatto, inadeguato. letteralmente ‘del pettine’
  • fé flanela, far flanella: pigrire, fare il pelandrone, oziare.
  • fé schissa, far schissa: non presentarsi, dare pacco, non andare a scuola o al lavoro senza una scusa plausibile
  • gaute la nata: fatti furbo.
  • sté da pocio, sta come un puciu: star bene, star comodi, coccolati. (ndr: il puciu è il pulicino)
  • fafiuché: parolaio, persona che parla tanto e fa poco. letteralmente ‘fa nevicare’
  • dis’ciucte, disvite, disgaute: svegliati. (ndr: il ciuc è il cesto sotto cui crescono i pulcini. disciucte quindi ha un significato di esci dalle sottane)
  • bugia! buite!: muoviti
  • original, originale: strano, matto, sgradevole
  • sgjai: schifo viscido
  • scher: schifo ruvido
  • sagrin: dispiacere, pensiero
  • piciu, picio: coglione, cazzone
  • stupa, stuppa: sfiatata, noisa, inconcludente
  • bogia nen!: tieni duro, rimani concentrato sull’obiettivo (e non posapiano, ragazzi, la storia è diversa)
  • per la punta d’un pluc sant’la bala d’un poj: per il rotto della cuffia (letteralmente per la punta di un pelo sulla palla si un pidocchio)
  • avanti Savoia: forza e coraggio
  •  barot, barotto: campagnolo, grezzo.
  • blagheur: vanitoso, che si da arie, sbruffone
  • lajan, laiano: pigro
  • rabadan: roba inutile, senza valore
  • piatola, piattola: persona che si lamenta, lagna
  • patelavache: persona grezza, grossolana. letteralmente ‘picchia mucche’
  • sbalucà, sbaloccato: sbalordito, esterefatto, scioccato.

Potrei usarne altre, meno frequentemente…. mi riservo il diritto di aggiornare la lista (e gli amici sabaudi sono caldamente invitati a correggermi e o a fare aggiunte qui e lì)

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16.3 – figli del vento

Gli aquiloni sono un gioco strano, banale in sé e complicatissimo insieme. Ci sono aquiloni statici, per i contemplativi, vistosi aquiloni gonfiabili, iperattivi acrobatici, grintosi combattenti e… all’altro capo del filo ci sono gli aquilonisti, gente che lancia nel cielo i propri sogni e i propri progetti.

Gli aquilonisti sono un popolo eterogeneo, sociale (eh si, perché quando manca il vento… beh qualcosa devi pur fare), accogliente e aperto. C’è l’imprenditore facoltoso e l’operaio, c’è lo studente e il disoccupato, l’agricoltore, l’informatico, il percussionista, l’artista di street art, l’operatore Reiku. Per qualche giorno – ai raduni – ci si mescolano i progetti, le idee, gli stili di vita, mentre si chiacchiera con il naso all’insù ad annusare il tanto desiderato vento.

E quando di alza il vento… si brigliano le vele caricateo di sogni, ricordi e progetti, si strattonano i cavi e si spediscono nel cielo, sperando che il cielo, gli uccelli, o chiunque altro vi abiti sappiano che farne. Si vola, la musica nelle orecchie, gli occhiali da sole e il cappello da baseball ben calato sul naso, a cuor leggero.

C’era una donna / l’unica che ho avuto / aveva i seni piccoli / e il cuore muto
né in cielo né in terra / una casa possedeva / sotto un albero verde / dolcemente viveva
sotto un albero verde / dolcemente viveva.

Legato ai suoi fianchi / con un filo d’argento / un vecchio aquilone / la portava nel vento
e lei lo seguiva / senza fare domande / perché il vento era amico / e il cielo era grande
perché il vento era amico / e il cielo era grande.

Io le dissi ridendo / “Ma Signora Aquilone / non le sembra un po’ idiota / questa sua occupazione?”
Lei mi prese la mano e mi disse “Chissà / forse in fondo a quel filo / c’è la mia libertà
forse in fondo a quel filo / c’è la mia libertà”.
(Francesco De Gregori – Signora Aquilone)

Io ho portato a sgambare i miei draghi, gli fa bene. Giocano con gli altri draghi, fanno amicizia, poi magari si innamorano e volano via.

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16 – una notte d’estate un furetto…

Non so perché, ma ieri chiacchierando sul balcone con un amico mi è tornato in mente il furetto (Rosencrantz, o Polvere o Furo). Polvere è stato il primo, l’unico e l’ultimo furetto della mia vita. Non perché fosse troppo difficile da tenere, girava per casa come un gatto, né perché fosse cattivo (non si è mai neppure sbranato i gattini) o chissaché… semplicemente era l’animale più splendidamente dolce e stronzo che la natura abbia creato.

Ai posteri voglio tramandare alcune delle sue avventure più notevoli:

  1. In Via dei Mercanti si è infilato nel camino e ne è uscito baldanzoso e fiero e NERO, lasciando la scia di fuliggine per tutta la casa
  2. Ancora non sterilizzato marcava il territorio con le urine (sempre in Via dei Mercanti), poi ci pucciava la pancia e la strisciava lungo tutto il perimetro dell’appartamento
  3. Un giorno, sempre da Via dei Mercanti scappò di casa – una casa con ingresso sul ballatoio – e sparì per ore. Lo cercammo disperati per gli isolati attorno, chiedendo in giro se qualcuno avesse visto un furetto (sì e vaglielo a spiegare alla gente che cos’è un furetto), gridando dietro ogni tombino, finestrella e angoletto di tutto il quadrilatero romano. Il tutto per ritrovarlo ore dopo, lercio e putrido come un cadavere che usciva dal tombino di casa, con l’aria felice di chi aveva fatto baldoria con gli amici ratti tutti notta
  4. A Sauze, portato in giro nella neve, per fargli assaporare un po’ di frescura, si è attaccato al naso di un pastore tedesco, circa grande 100 volte più di lui. Il lupo ne è uscito uggiolante e mortificato (abbiamo staccato il furetto a mano) e lui tutto orgoglioso di avere insegnato il cagnolone il rispetto per quelli più piccoli
  5. Una Pasqua si sbranò tutti i coniglietti della Lindt che avevo comprato, dopo averli cacciati e rintracciati per tutta casa. Il pavimento era cosparsi di cadaveri di carta alluminata dorata e cioccolato al latte leccato a morte.
  6. Amava il sapone di Marsiglia, lo mangiava e poi lo ruttava in bollicine per tutta casa
  7. Quando ancora giovane lo portavamo in giro per Torino al guinzaglio si faceva coccolare da tutti, ed è stato più volte motivo di ilarità quando lo abbiamo spacciato per un topo marsupiale, un canguro ragno, un ratto siberiano e chi più ne ha più ne metta.
  8.  Non si era neppure mangiato i gattini neonati di Hestia, quando incautamente lascia la porta della sala aperta… contro ogni aspettative a sera lo trovai coi piccoli intento a rubare il latte alla grande mamma gatta.
  9. Si associava coi gatti, per le peggiori scorribande di furto mai note. Loro, agili, facevano in modo di fargli arrivare a portata di zampe le cose, e lui tenace e stronzo, apriva i pacchi (latte, scatolette, croccantini etc etc etc)… poi dividevano equamente.
  10. Una volta morto, e dopo aver passato una settimana agostana in freezer, ha avuto il corteo funebre più assurdo del mondo. Un branco di cavalli ha assistito al suo funerale illudendosi che nel sacchetto di carta ci fossero delle carote. Che amara delusione.

>°..°< ‘notte piccolo stronzo >°..°<

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15.1 – Siamo quasi tutti sostituibili

Passiamo la vita a convincerci che sia unici, coi nostri pregi e i nostri difetti, un’irripetibile alchimia di geni combinati a caso (o quasi) da una legge della natura che favorisce la diversificazione.

Passano la vita a farci credere che siamo unici, insostituibili. Lo fa la tua famiglia, da quando sei nato, da quando hai cominciato a rompere le palle ponendoti quelle domande a cui nessuno sa rispondere, e l’unica risposta che ti viene data è che sei unico, insostituibile, irripetibile e devi andarne orgoglioso. Lo fa la tua amica, o il tuo amico del cuore, quando dice che nulla avrebbe senso se tu non fossi al suo fianco. Lo fanno i tuoi amici, quando ti ringraziano dell’energia e dell’allegria che sembrano muovere il mondo. Lo fa il tuo compagno o la tua compagna quando affermano che sei la persona che hanno sempre cercato, che a te regaleranno la loro vita.

E tu alla fine ci credi. Ti senti unico, insostituibile.

Gli unici che ti dicono la verità, sono i colleghi sul posto di lavoro. Loro si, loro ti dicono che ognuno di noi è sostituibile, come i bulloni di un ingranaggio. Basta avere sufficiente tempo. Basta cercare abbastanza bene. Ed è buffo, perché forse l’unico posto dove non siamo davvero sostituibili è il nostro lavoro, perché è difficile rimpiazzare quel bagaglio di conoscenze e di savoir faire che ti porti dietro giorno per giorno e che ti giochi tutti i giorni sulla tua piccola scrivania.

Poi, vivendo, ti accorgi che la vita ti da torto. Ti accorgi di essere sostituibile. La tua amica del cuore, nel giro di poco avrà qualche altra persona con cui condividere il mondo, i tuoi amici – se ti allontani – avranno un altro centro di energia, il tuo compagno regalerà la sua vita ad altra persona. E’ semplicemente così, è la vita. Siamo facilmente rimpiazzabili, e contro ogni aspettativa, siamo rimpiazzabili in pochissimo tempo.

D’altra parte anche noi sostituiamo e rimpiazziamo persone di continuo: amici, amori, colleghi, conoscenti. Le persone non sono altro che piccole meteore che ci attraversano la vita velocemente, lasciandosi dietro, al più, un po’ di polvere.

Ultimamente, incontro gente. Per ogni persona che incontro questa rimpiazza qualcuno che ha fatto parte della mia vita e  so che a sua volta, prima o poi, verrà rimpiazzata da un’altra. Dopo relativamente poco tempo il ricordo diventerà fumoso e si perderà tanto da non ricordarmi più neppure quale fosse il suo nome. Sarà semplicemente ricoperta da un’altro volto che occuperà quello stesso ruolo.

Questo avviene quasi sempre. Poi… poi sbatti in qualcuno che non è sostituibile. Qualcuno per cui non c’è un clone abbastanza simile. O forse quel clone ci sarebbe stato prima delle cicatrici, prima delle botte e dei lividi. Perché sono le cicatrici che rendono alcuni individui unici e riconoscibili dal branco, esattamente come avviene per le balene.

E quando si incontra una balena, bisognerebbe tenerla ben fuori dalla propria vita, non dargli un ruolo, neppur minimale, perché se lo fai, il giorno che le strade si separeranno e verrai facilmente sostituito, sarai destinato a sentirne in eterno l’assenza, una piccola piaga inguaribile sul tallone dell’anima. Un piccolissimo dolore che ad ogni passo ti ricorderà che hai perso davvero qualcosa.  E poco importa se hai perso qualcosa di bello o di brutto, resta quella piccola fitta di angoscia per aver diminuito la biodiversità del tuo personalissimo universo.

You are not special. You’re not a beautiful and unique snowflake. You’re the same decaying organic matter as everything else. We’re all part of the same compost heap. We’re all singing, all dancing crap of the world. (Chuck PalahniukFight Club)