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32.1 – Samba notturna

Notte, buio pesto, silenzio tombale. Spalanco gli occhi di colpo e mi tengo al materesso per attutire il colpo di frusta del rientro inatteso dal sogno. Un attimo prima ero su un vecchio tram nella città immaginaria (un po’ Torino dei pieni anni ’80, un po’ Praga, un po’ Parigi BoBo) in cui mi rifugio nei miei viaggi onirici, ora sono su un letto in una stanza buia.

Mi sono accorta di fare un vita davvero randagia, quando arrivando stropicciata al bar davanti all’ufficio per colazione, il proprietario ha preso il vizio di chiedermi: “da quale angolo del mondo arrivi oggi?” E io mi sono sorpresa più volte a rispondergli in modi differenti (Sicilia, Corsica, Madagascar, Torino, Ferrara, Bolognina…). Mi sono accorta poi che la mia vita cominciava ad essere un po’ troppo randagia quando ho cominciato a non riuscire ad orientarmi al mattino. E’ cominciato a succedere in Madagascar, quando ho ricominciato a dormire.

Insomma, mi sveglio di soprassalto, forse per il troppo silenzio, e atterro sbigottita in un letto, in una qualunque parte nel mondo apparentemente.

Poi metto a fuoco gli odori, capisco dove sono, riconosco il luogo come amichevole e riconosco la zampetta del mio peluche che ovviamente dorme ignaro sul cuscino affianco. Immagino la nebbia dietro la finestra e improvvisamene nella mia testa parte una sambetta leggera, fatta di svolazzi di costumi colorati e mulatte ancheggianti. Ta-tarara Ta-ta-tararara Ta-tarara-raaaaaa…

Brasil! Brasil!
Pra mim, pra mim
Brasil!
Terra boa e gostosa
Da morena sestrosa
De olhar indiferente
O Brasil, samba que dá
Bamboleio, que faz gingar
Ó Brasil, do meu amor

Insomma sono le 5 del mattino, fa un freddo cane, e io me la rido tra me e me  canticchiando Aquarelo do Brasil nella mia testolina bacata. Non ho bevuto ieri sera, non ho preso sostanze strane… Quindi o sono appena sprofondata nell’insanità mentale (e allora è meglio chiamar la neuro) o sono semplicemente felice, felice di quella felicità stupida e leggera di chi non riesce a (o non vuole) vedere più in là di un palmo dal suo naso. Andiamo per la seconda, anche se costa un certo coraggio, cazzo.

Prendo il coraggio a quattro mani, lascio scorrere la samba e mi reimmergo nel sonno strizzando il peluche (che non si ribella neppure, da buon peluche).

Brasil! Brasil!
Oi estas fontes murmurantes
Oi onde eu mato a minha sede
E onde a lua vem brincar
O, esse Brasil lindo e trigueiro
É o meu Brasil brasileiro
Terra de samba e pandeiro
Brasil! Brasil!
Pra mim, pra mim…

 

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23 – un mondo peloso

Ed è la stagione della muta.
Che non è grave se vivi una vita normale e sei un umano.
Ma se hai dei gatti e per di più a pelo lungo, la cosa si complica.

Sì perchè al tempo della muta, con dei gatti a pelo lungo il mondo cambia aspetto: diventa peloso.
Apri lo zaino e ci trovi dei peli. pazienza.
Apri il portafoglio e ci trovi dei peli. vabbeh.
I tuoi vestiti sono pieni di pelo. cazzo. Ti tocca vestirti nei colori del pelo dei gatti, così si nota meno.
Il tuo letto è pieno di pelo. hmmm. Forse così risultetà più caldo.
Le mutande sono piene di pelo. ops.
Ti svegli al mattino sputando pelo, un po’ come il gatto che rimette il bolo di pelo accumulato nello stomaco. Disagevole.
Ma quando di trovi alle 2 del mattino (si cambio le lenzuola a notte fonda, ebbeh?) con la spazzaola di velluto in mano a cambiare le lenzuola cercando disperatamente di togliere il pelo che è rimasto attaccato nonostante la lavatrice alle lenzuola teoricamente pulite, ti viene il dubbio che la situazione stia diventando critica e che forse avresti dovuto optare per una famiglia di sphinx (Ndr: gatti glabri).
Ne hai la certezza quando al mattino ti trovi in faccia un groviglio di peli e barba. E ti ricordi che non hai la barba perchè sei femmina. Allora è tutto pelo. Ommioddio. Un mattino il mostro del pelo di muta mi avrà fagocitata direttamente.

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17.3 – Come Vil Coyote

Oggi

Mi hanno rubato nottetempo la bici. Dal cortile interno. La mia cazzo di bici, arrugginita, scalcagnata, e pesante come una Twingo. Ma ci tenevo. Era un ricordo degli anni passati in Pinin. Spero vi morta i garretti con la catena, come ha sempre fatto con me.

Una cretina al bar, a colazione, pensa bene di girare per la sala con il suo bel caffé in mano. Pensa bene di passare davanti alla cassa con il suo caffé bollente. In quel momento, esattamente in quello, finisco di pagare mi giro e parto verso la porta. La catastrofe è inevitabile: il caffé si ribalta in un’esplosione marrone che ricopre entrambe. Non era troppo caldo, per fortuna. Salgono gli improperi: ‘ah il vestito nuovo’, ‘ah mi sono scottata’, ‘ah ma uno deve fare attenzione e guardare prima di muoversi’. Rispondo ridendo che se avessi gli occhi dietro la testa sarei un ragno e non un umano e mi offro di pagare un altro caffé. La risposta della tipa è la seguente ‘non sono mica così mal messa da non potermi permettere un altro caffé’. Ok, il caffé te lo puoi permettere, ma evidentemente un po’ di educazione è fuori dalla tua portata. Sorrido sardonica, vado a lavarmi via il caffé ed esco. Fanculo.

Ieri

Rientrando da vedere, sotto le stelle in Piazza Maggiore (spettacolo impagabile), Fahrenheit 451 mi fermo a comprare la paglie alla macchinetta. Mi attacca una pezza un tipo _molto_ strano, a cui avvio la distributrice con la mia carta sanitaria. E scappo, alla seconda avance (sarei scappata alla prima, ma me ne ha fatte due in un colpo, che culo). Lo ritrovo al bar della stazione che cerca di convincere un ragazzetto punkabbestia ad andare a casa con lui. Altro fugone, con gli occhi sgranati.

Arrivo a casa e scopro che le iene (al secolo noti come gatti, visto il travestimento che indossano), tra tutti i luoghi possibili dove potevano immaginare, hanno deciso di vomitare esattamente sopra le mie scarpe belle, quelle di pelle, quelle che costano un botto. Rovinandole credo irrimediabilmente. Sto programmando di vendicarmi vomitando a mia volta sul loro giochino preferito. Così imparano.

L’altro ieri

Il famigerato Bologna Centrale – Torino Porta Nuova è fermo a Porta Susa. E’ fermo da un po’. Non riparte e comincia a prendermi l’ansia di non arrivare dai miei, che mi stanno aspettando, in tempo per pranzo. Dopo dieci minuti buoni, mi convinco a chiedere informazioni: qualcuno si è sentito male sul treno e stanno aspettando l’arrivo del 118. Ciau Nini. Mi rassegno, e vado verso la metropolitana, in fin dei conti il tragitto tra Porta Nuova e Porta Susa conta una manciata di fermate. Si può fare. Ma… Ma la metropolitana è rotta. Non gira, è in manutenzione. Riemergo dal sottosuolo torinese sospinta dalle bestemmie che emergono dal mio subconscio e prendo due autobus arrivando ovviamente in ritardo per pranzo.

Venerdì

Mi cambiano il capo ufficio. Il che manda ragionevolmente a zampe all’aria tutti i miei progetti di rientro. Tutto da ridiscutere, tutto da rifare. Una vita in sala d’attesa. Che palle.

Conclusioni

Lo so, è una lamentazione greca. Ma mi viene il dubbio che io abbia un cattivo Karma. E pensare che il 2014 avrebbe dovuto essere un’anno meraviglioso almeno nelle mie fantasie. Quando viene capod’anno?

Io mi sento come Vil Coyote

che cade ma non molla mai

che fa progetti strampalati e troppo complicati

e quel Bip Bip lui non lo prenderà mai

Ma siamo tutti come Vil Coyote

che ci ficchiamo sempre nei guai

ci può cadere il mondo addosso finire sotto un masso

Ma noi non ci arrenderemo mai

(Eugenio Finardi – Vil Coyote)

 

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15.2 – Il blog e mia madre

Mia madre mi ha chiesto se può leggere quello che scrivo sul blog. La guardo un po’ stranita e rispondo sardonicamente che si è pubblico, se scrivo qualcosa e la pubblico in internet, la possono leggere tutti, compresa tu

Mia madre sa che non scrivo male, in fondo – da buona prof di italiano – me l’ha insegnato lei. E mia madre, come tutte le madri, è curiosa, curiosa di sapere come razzola la mia vita, al di là del poco che le racconto (sono sempre stata parca nel dare informazioni personali ai miei o ad altri, e diventando grande non sono migliorata).

Quindi, dopo aver autorizzato la genitrice a leggere queste pagine, le faccio leggere un post di qualche giorno fa. Un post che trovo carino e neanche troppo pesante – voglio dire ho scritto di peggio…

La lascio a leggere, e ne riemerge con una faccia vagamente preoccupata. Si, preoccupata, perché in fin dei conti l’articolo è agrodolce, sardonico, un po’ cupo in fondo. Okey – dico a me stessa dentro le pareti craniche – brava, sono riuscita a far preoccupare mia madre. Cerco di rimediare tentando di spiegare che:

  • quando uno è felice, in fondo, ha di meglio da fare che non scrivere… ad esempio, essere felice e godersela. Visto che scrivo un paio di volte la settimana, tutto sommato si può assumere che per il resto del tempo non me la passi poi così male
  • a nessuno interessa leggere post tipo che bello che bello sono felice, che bella giornata, grazie a Dio!. O meglio una volta va bene, due pure, la terza volta che ti imbatti in un post così comincia a venirti il dubbio di essere approdato in un blog di Testimoni di Geova, e ti viene la nausea per la glicemia troppo alta.
  • un po’ di cupezza e di ironia rendono la vita più interessante e di fondo alimentano un lucido punto di vista critico (e divertito) sul mondo. Si chiama sarcasmo, è una bella cosa. Poi sono sempre stata un po’ blasé…
  • in fondo ognuno di noi ha i suoi problemi e i suoi cazzi da gestire. Magari lei non se lo ricorda, ma io mi ricordo bene quali erano i problemi e le incazzature che aveva lei quando aveva la mia età. Non ne aveva né più, né meno dei miei, soltanto erano problemi diversi. E se è vero che ognuno di noi vorrebbe vedere, indipendentemente dall’età, le persone a cui tiene vivere la loro vita il più sereni e il più felici possibile, è anche vero che è davvero improbabile che una persona riesca ad essere felice e serena 365 giorni l’anno.
  •  un po’, lo ammetto, esagero. Quello che scrivo va sempre preso con beneficio d’inventario.
  • ho una bella vita, anche se ultimamente mi girano un po’ le palle. Il giramento di palle non ha mai ucciso nessuno, non c’è nulla di cui preoccuparsi.

Quindi, madre, mammuccia cara, se leggi – e so che lo farai – cerca di prenderla con la giusta leggerezza e ironia, di non farti prendere dall’ansia e soprattutto non telefonare per sapere se va tutto bene. Va tutto bene. davvero. Bene.

Non conosce paura

l’uomo che salta e vince sui vetri

e spezza bottiglie e ride e sorride perché

ferirsi non è possibile

morire meno che mai e poi mai.

(De Gregori – Pezzi di vetro)