Stato

32 – storie d’amore con i crampi

Seduto al tavolo della cucina di casa mia, un’amico mi racconta della sua storia d’amore con i crampi. E’ l’ennesima storia (compresa la mia) che sento quest’anno.

L’amore – i libri e i nostri vecchi – ce l’avevano raccontato diversamente. Ok, nessuno di noi è il Candide di Voltaire, ma tutti, o molti, abbiamo creduto che costruire una vita con qualcuno fosse un progetto fattibile, dato un congruo impegno di tempo, di energie, e una ostinazione notevole. Poi la realtà si è dimostrata più fantasiosa, e con una creatività decisamente Lovecraftiana.

Il mio amico ha l’aria un po’ stropicciata, gli hanno passato per l’ennesima volta l’anima nella centrifuga e poi nell’asciugatrice. L’ennesima volta, l’ennesimo ciclo caldo-freddo-bagnato-asciutto-appallottolato-stirato. All’ennesimo ciclo, ti rendi conto che rischi l’usura, lo strappo, come un vecchio lenzuolo troppo candeggiato. Se sei intelligente, se hai un po’ di spirito di conservazione, sai che man mano che il giro si ripete rischi di non riuscire più a rialzarti. Allora decidi che il prossimo lavaggio è l’ultimo a cui ti sottoporrai e cominci a prepararti mentalmente all’atterraggio. Fissi una data (sperando inutilmente  in cuor tuo che nel raggio di una settimana, un mese o tre la tua relazione torni ad essere rose e fiori) e ti fai un piano di emergenza. Poi aspetti l’atomica, sai già la data in cui il tuo mondo conosciuto imploderà per poi ri-esplodere sotto nuove forme. Sai che ne uscirai ustionato, ma vivo.

Vorrei aiutare la persona che mi trovo davanti. E mi rendo conto che la cosa migliore che posso fare è rispondere alle domande che mi vengono fatte, abbracciarla e dirgli che “poi passa, passa tutto prima o poi“… e mi ricorda qualcosa e mi ricorda qualcuno.

“there is a loneliness in this world so great
that you can see it in the slow movement of
the hands of a clock.

people so tired
mutilated
either by love or no love.

people just are not good to each other
one on one.

the rich are not good to the rich
the poor are not good to the poor.

we are afraid.

our educational system tells us
that we can all be
big-ass winners.

it hasn’t told us
about the gutters
or the suicides.

or the terror of one person
aching in one place
alone

untouched
unspoken to

watering a plant.”
Charles Bukowski, Love is a Dog from Hell

 

Stato

19 – anime effimere

Grande, splendida anima dell’ horror vacui, anima inquieta e poco cosciente, anima stracciata e ricucita maldestramente, piccola anima in fuga. Anima affine. Anima mundi.

Avrei voluto conoscerti prima delle notti dei cristalli. Ora mi toccherà errare e cercarti per le prossime mille vite. Nella prossima saremo due moscerini della frutta, nati su ceste di frutta diverse. Pur vivendo a pochi metri di distanza, il tramonto, la fine del mondo, ci vedrà ancora stranieri. Ci sarà poi la vita da falene, a svolazzare imperterriti attorno a lampadine diverse, già notturni, già insonni. Poi verrà la vita da mammiferi: io gatto e tu cane, un’amore impossibile. Un giorno mi reincarnerò in un cavallo, giumenta araba del color del deserto. Tu, tu sarai l’irrequieto frisone morello dall’altra parte della staccionata. Infine tra mille e mille anni, ci ritroveremo umani entrambi, di nuovo. E camminando sotto la cupola artificiale di un altro pianeta ci sbatteremo addosso, ragazzi. Ritroverò i tuoi cangianti occhi a mandorla ancora limpidi e tu rimarrai stupito dai miei occhi nocciola allungati e sfuggenti, ancora arroganti e ancora orgogliosi. Senza sapere perché, senza conoscerci, ci abbracceremo d’istinto sotto altre stelle. Allora, allora forse, avremo un po’ di tempo.

(anche questo è un post che è rimasto intrappolato tra tastiera e rete per parecchio tempo… lo lascio libero, il giorno del mio compleanno.)

si fa presto a cantare che il tempo sistema le cose

si fa un pò meno presto a convincersi che sia così

io non so se è proprio amore:

faccio ancora confusione

so che sei la più brava a non andarsene via

forse ti ricordi ero roba tua

non va più via l’odore del sesso che hai addosso

si attacca qui all’amore che posso che io posso

e ci siamo mischiati la pelle le anime le ossa

ed appena finito ognuno ha ripreso le sue

tu che dentro sei perfetta mentre

io mi vado stretto

tu che sei così brava a rimanere mania

(Ligabue – l’odore del sesso)

Stato

16.2 – se solo nevicasse

se solo nevicasse potrei mettermi alla finestra a guardare la neve, e a rincorrere i fiocchi di neve con la lingua.

se solo nevicasse potrei mettermi un pile e una giaccavento e uscire a mischiarmi col freddo

se solo nevicasse potrei cancellare scrivere e cancellare pensieri con un gesto di mano

se solo nevicasse, anche dietro questa finestra.

 

E’ proibito non fare le cose per te stesso,
avere paura della vita e dei suoi compromessi,
non vivere ogni giorno come se fosse il tuo ultimo respiro.
E’ proibito sentire la mancanza di qualcuno senza gioire,
dimenticare i suoi occhi e le sue risate
solo perché le vostre strade hanno smesso di abbracciarsi.
Dimenticare il passato e farlo scontare al presente.

(Pablo Neruda – E’ proibito)

Stato

16.1 – Demoni, draghi e altri piacevoli animali da compagnia

Abbiamo tutti i nostri demoni.

Qualcuno ha dei piccoli folletti molesti e incostanti che ogni tanto vengono a fargli visita e a rubargli i calzini, altri hanno demoni persistenti, veri e propri con tanto di corna, fiamme e nuvoloni di fumo. Qualche fortunato, al posto dei demoni ha draghi: grandi, grossi, incazzati, affamati e devastatori.

I draghi sono difficili da affrontare, puoi cercare un sasso abbastanza grosso sotto cui nasconderti, rintanarti sott’acqua o in grotta, oppure puoi dargli da mangiare un pony e provare a vedere se, sazi, per un po’ si placano. In genere non succede. Quando rimetti fuori la testa dal tuo nascondiglio, li trovi inevitabilmente lì ad aspettarti: narici fumanti e fauci spalancate.

I demoni sono un discorso a parte. Se smetti di averne paura, se smetti di scappare, coi demoni da sempre puoi scendere a patti (la letteratura è piena di aneddoti in merito a patti con diavoli e demoni). Così stanotte ho chiamato i miei demoni davanti a una Oude Kriek. Ce la siamo scolata, giocando ad Hive e siamo giunti ad un  accordo. Loro mi danno fiato per un po’, io gli sacrifico un paio di anime al mese. Poi fa trenta o quaranta anni vado fargli compagnia all’inferno, tanto non può avere un clima peggiore di certe estati a Bologna.

Chetati i demoni, indosserò l’armatura migliore, rievocherò il cavallo dalla tomba e partirò alla caccia del drago. Come San Giorgio.

Conta odierna:

  • demoni: 6
  • draghi: 1 + 1 in prestito
  • folletti: solo quello dei calzini. E mi è pure simpatico.

Se dovessi cadere nel profondo dell’Inferno
dentro un fiume nero come l’inchiostro
rotolare perduto tra i sacchi di immondizia
in un baratro senza ritorno,
Se dovessi sparire nei meandri della terra
e non vedere più la luce del giorno
ma è sempre soltanto la stessa vecchia storia e nessuno lo capirà
Ma lasciatemi qui nel mio pezzo di cielo ad affogare i cattivi ricordi

(MCR -Morte di un poeta)

 

Citazione

12 – dialogo immaginario alla fermata dell’autobus

<<Fermati. Fermati e guardami.

Esci, per una volta, esci da quel beffardo succede. Appoggia l’armatura sul muro, togliti anche la cotta di maglia, e smetti, per un attimo di scherzare.

Raccontami come, com’è stato il giorno in cui il mondo ti è esploso in mano. Quando hai dovuto sederti per terra, perché le ginocchia tremavano troppo. Quando il cuore è impazzito e il fiato, tra i denti stretti tanto da scricchiolare, si è spezzato. Quando hai stretto forte le palpebre sui tuoi occhi cangianti per fermare le lacrime, perché oramai sei grande, perché sei sempre stato un pilastro. E i pilastri non piangono, neanche quando si schiantano al suolo e si sbriciolano in migliaia di frammenti.

Raccontami di quella telefonata, che hai fatto, quando il cervello ha cominciato a girare in tondo, attorno alla poltiglia di carne e sangue che un giorno chiamavi anima. Quante volte hai chiesto – urlando come un animale ferito a morte – perché, incapace di capire?

Raccontami dei pensieri che sono stati l’eco dei tuoi passi la notte. Dimmi della rabbia che ti ha fatto slogare i polsi sui muri e della paura che ti ha inchiodato ad un pilastro incapace di muoverti, del tormento della mente che non ha rallentato mai  lasciandoti insonne per giorni. Spiegami. Raccontami dell’inumana fatica del primo passo che hai mosso dopo l’atomica, e di tutti quelli seguenti, che continui a mettere.>>

<<Non sono stati giorni diversi dai tuoi. Succede a tutti. >>

<<E poi?>>

– Poi passa. Passa tutto prima o poi.

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PS: Questo articolo è rimasto tra tastiera e rete per molto tempo, è ora di lasciarlo libero.