Immagine

30 – sto caricando la macchina foto

Ho messo la macchina foto in carica. Si l’ho rifatto. Sarà la mia compagna, con l’obiettivo da 55mm per questa ultima parte di viaggio.

Il mio professore di ‘foto’ sosteneva che l’obiettivo da 55mm è quello che più simula la prospettiva dell’uomo, nonché indubbiamente quello che più si addice ai ritratti. E visto che avrò foto di luoghi e di gente da portare via con me…. mi sembra la scelta adatta, nonché la più leggera.

Santa voglia di vivere e dolce Venere di Rimmel
Come quando fuori pioveva e tu mi domandavi
se per caso avevo ancora quella foto
in cui tu sorridevi e non parlavi.

E il vento passava sul tuo collo di pelliccia e sulla tua persona
e quando io, senza capire, ho detto sì,
hai detto <<è tutto quel che hai di me>>
è tutto quel che ho di te.

(De Gregori - Rimmel)
Stato

29.2 – La mia vita in una scatola di cartone

Mi impongo di essere ottimista, di confidare nel meglio, agire per esso e – come sempre – tenermi una scialuppa di salvataggio nel caso succedesse il peggio. Quindi nonostante le notizie incerte e due persone a cui tengo in ospedale, per motivi vari, oggi, penso agli scatoloni del trasloco.

Nella mia avventura bolognese, gli scatoloni sono diventati ormai una routine quasi rassicurante. Ho fatto scatoloni a febbraio del 2011, li ho rifatti a aprile del 2012, ancora ne ho fatti a dicembre del 2012 e a giugno del 2014. E li rifaccio ora. Stranamente, gli scatoloni li faccio sempre da sola, anche se questa volta, almeno, c’è una ragione fondata.

Così con aria furtiva mi sono presentata al supermarket davanti a casa (dove peraltro non mi vedono mai) e ne sono uscita con cinque scatoloni stropicciati di varia natura: scatoloni dei tetrapack del latte, scatoloni delle bottiglie di vino bianco, scatoloni azzurri delle uova… uscendo dal supermarket, con gli scatoloni colorati in mano, ammetto, mi sentivo un po’ un barbone di altri tempi.

Comincio sempre dai libri. Amo i libri e me li porto dietro di casa in casa come una rassicurante coperta di Linus, una coperta di parole, del peso approssimativo di un quintale. Ho libri che sono ancora negli scatoloni dell’ultimo trasloco, non li ho disimballati, ma sono lì e mi guardano benigni da dentro il cartone ondulato. Ne sento lo sguardo e so che comunque ci sono, vicini ai miei occhi anche se non visibili. Ho libri in cantina, nelle cantine di due case diverse. Ho libri nelle dependance estive familiari, sparsi sul territorio di una nazione, e libri in valigie e zaini che attendono ancora di essere disfatti.

Ci sarà il momento dei vestiti, con le sue problematiche insolubili. Ha senso, fare qui, ora, il cambio degli armadi, o è meglio tener duro in abiti estivi fino a fine dicembre? (Svegliarsi stamane con un caldo 7° sembra puntare verso una certa soluzione) e quei vestiti che mi stanno ormai un po’ più che larghi, me li porterò dietro? E quale montgomery abbandonare su questo terreno straniero?

Poi, poi verrà il tempo del resto: vestiti, ornamenti, elettrodomestici, stoviglie e altri ammennicoli vari, e per ognuno di essi, lancerò una monetina per decidere cosa portarmi dietro e cosa lasciare indietro. Ho deciso di lasciare al caso la scelta, magari saprà crearmi, associando gli oggetti a caso, ricordi migliori di quelli che mi porterei dietro scientemente.

E poi ci sono i luoghi e gli amici di questi ultimi otto mesi che non posso inscatolare e portar via con me, e di quelli prenderò una foto, in bianco e nero, da portarmi via al loro posto.

Why am I the one always packing all my stuff
I think I kinda like it but I might of had too much

I’ll move back down to this western town
When they find me out make no mistake about it

(Fun – Why am I the one)

Digressione

14 – di foto e di altre tragedie

Ho sempre amato disegnare, e quando è cominciato a mancarmi il tempo materiale per farlo, ho cominciato a fare foto. Migliaia di foto. Foto su foto nel tentativo assurdo di bloccare i momenti nella mia visione di essi, a perenne memoria del fremito, della sensazione del momento. Ho hard disk pieni di foto strane, sbilenche, stranite. Istantanee del mio sguardo buffo sul mondo. Molte non le ho neppure processate, molte non le ho neanche scaricate e giacciono in qualche rullino o in qualche scheda SD.

Poi capita che le riguardi, per masochismo, oppure semplicemente perché ti saltano addosso da dietro l’angolo di un file. E, assieme a loro, ti saltano addosso tutte le sensazioni e le impressioni di quel momento e tutte quelle che si sono concatenate ad esse nel tempo.

Così ritrovi quel primo piano scattato a pranzo in un inizio giugno salentino assolato e deserto. Quando il compagno di turno aveva lo sguardo ebete e lucido di chi è davvero felice e sta provando a sognare forte. Il sogno lo vedi ancora, cristallizzato lì, tra pupilla e l’iride. La foto lo ha congelato, e ne è rimasta la sindone, benché il sogno si sia corrotto e decomposto nel tempo.

E altre facce, altri progetti, e altri sogni. Altri cadaveri decomposti e polverizzati nel vento. Altri sentimenti, sensazioni, colori inchiodati nel tempo, finché il supporto non si consumerà. Ho così tanti fantasmi in agguato nel mio laptop che al confronto la lettura di Edgar Allan Poe risulterebbe una fiaba per fare addormentare i bambini la sera.

Non faccio più foto. Ho chiuso.