Citazione

34.1 – Sbagliamo perché viviamo

Mi scrivono via e-mail:

L’ispetto re Petra è un personaggio che un po’ ti assomiglia (Dal libro nido vuoto della Alicia Gimenez Bartlet)

Purtroppo sbagliamo sempre continuamente, a ogni passo e in ogni campo, nel lavoro come nell’amore, nelle valutazioni degli altri come in quelle di noi stessi……E sai una cosa? Non importa, va bene così. Sbagliamo perchè viviamo, perchè cerchiamo di essere felici, perchè giochiamo le carte che il destino ci mette in mano. E’ questo che conta, molto più che rimanersene tranquilli nel proprio guscio come molluschi.

Si, l’ispettore Petra mi somiglia.

Audio

34 – ho imparato a sognare

Ho imparato a sognare
e ho iniziato a sperare
che chi c’ha avere avrà
ho imparato a sognare
quando un sogno è un cannone,
che se sogni
ne ammazzi metà
Quando inizi a capire
che sei solo e in mutande
quando inizi a capire
che tutto è più grande
C’ era chi era incapace a sognare
e chi sognava già

Tra una botta che prendo
e una botta che dò
tra un amico che perdo
e un amico che avrò
che se cado una volta
una volta cadrò
e da terra, da lì m’alzerò

C’è che ormai che ho imparato a sognare non smetterò

Ho imparato a sognare,
quando inizi a scoprire
che ogni sogno
ti porta più in là
cavalcando aquiloni,
oltre muri e confini
ho imparato a sognare da là
Quando tutte le scuse,
per giocare son buone
quando tutta la vita
è una bella canzone
C’era chi era incapace a sognare
e chi sognava già

Tra una botta che prendo
e una botta che dò
tra un amico che perdo
e un amico che avrò
che se cado una volta
una volta cadrò
e da terra, da lì m’alzerò

C’è che ormai che ho imparato a sognare non smetterò

(Negrita – ho imparato a sognare)

Citazione

33.2 – Le 10 cose per cui vale la pena vivere, partire, restare. Reloaded.

Per simmetria riaggiorno la mia lista delle 10 cose per cui… La situazione è simmetrica a quella che mi spinse a fare quelle tre liste quasi 4 anni fa quando stavo lasciando Torino… ora a Torino ci rientro

LE DIECI COSE PER CUI VALE LA PENA VIVERE

  • Guardare la Pianura Padana dalla terrazza superiore della Sacra di San Michele, in una giornata limpida e tersa
  • il misto di esaltazione e paura che annuncia l’inizio di una nuova avventura o di un nuovo viaggio
  • le fusa disinteressate del gatto che ti si piazza prepotentemente sulla pancia in una giornata nera
  • gli errori, quando li fai, quando te ne accorgi e quando li ripeti
  • la neve quando cade a fiocconi densi e zittisce l’universo attorno
  • camminare, in giro per i sentieri di mezzo mondo
  • i compagni di viaggio che si incontrano e che condividono un pezzo più o meno lungo di strada
  • le notti in cui trovi un rifugio da te stesso
  • la buona birra
  • il buon cioccolato

LE 10 COSE PER CUI VALE LA PENA PARTIRE

  • Le mia alpi, visibili e vicine
  • finire il salasso economico continuo che vivere a Bologna implica e ricominciare a vivere su un altro tenore
  • il caldo allucinante d’estate
  • avere la mia famiglia vicino
  • i miei amici a Torino
  • le migliori opportunità di lavoro
  • la cioccolata e i dolci (da Pfatish a Gobino, da Samabaia a Fiorio)
  • la mia splendida casa con il parquet flottante e le porte verdi
  • la carne di fassona
  • l’esagerazione e lamentio tipicamente bolognose

LE DIECI COSE PER CUI VARREBBE LA PENA RESTARE

  • La tana del Luppolo e J.B.
  • Il circolo Evolution
  • l’odore dei tigli a maggio (che bel maggio quest’anno, che bel maggio è stato)
  • i miei nuovi amici di giochi e di luppolo
  • il mio gruppo di kendo
  • la libertà totale e incondizionata
  • i miei colleghi
  • l’ufficio in pieno centro
  • my S.O. & Co.
  • l’anima effimera

 

Well, I woke up in the morning
There’s frogs inside my socks
Your mama, she’s a-hidin’
Inside the icebox
Your daddy walks in wearin’
A napoleon bonaparte mask
Then you ask why I don’t live here
Honey, do you have to ask?

Well, I go to pet your monkey
I get a face full of claws
I ask who’s in the fireplace
And you tell me santa claus
The milkman comes in
He’s wearing a derby hat
Then you ask why I don’t live here
Honey, how come you have to ask me that?

Well, I asked for something to eat
I’m hungry as a hog
So I get brown rice, seaweed
And a dirty hot dog
I’ve got a hole
Where my stomach disappeared
Then you ask why I don’t live here
Honey, I gotta think you’re really weird.

Your grandpa’s cane
It turns into a sword
Your grandma prays to pictures
That are pasted on a board
Everything inside my pockets
Your uncle steals
Then you ask why I don’t live here
Honey, I can’t believe that you’re for real.

Well, there’s fist fights in the kitchen
They’re enough to make me cry
The mailman comes in
Even he’s gotta take a side
Even the butler
He’s got something to prove
Then you ask why I don’t live here
Honey, how come you don’t move?

(On the road again – Bob Dylan)

Digressione

33.1 – BoBo vorrei ma non posso…

Il BoBo (crasi di Bourgeois-Bohème) è, per definizione, un parigino di ceto agiato, tendenzialmente di sinistra, tendenzialmente ecologista, individualista e egoista, tendenzialmente hi-tech, apparentemente tollerante, alla moda ma non troppo. Baluardo del melting-pot mi mischio ma non troppo, dell’alternativo tout court, dello snobbismo culturale ma celato e perennemente malato di sindrome di superiorità. Questa per lo meno ne è grossomodo la declinazione francese.

La declinazione italiana del BoBo, non è altro che la versione sfigata del cugino francese. Perché chi in Italia ha redditi da BoBo d’oltralpe  (> 100.000 € l’anno) indugia nella vita da vecchio borghese: figli, macchinone, scuola privata, tata, vestitino d’Armani… Quini a fare i BoBo restiamo noi.

  • Abbiamo 30-45 anni (come i cugini),
  • viviamo da soli o in piccoli branchi (per rispetto del territorio e del diritto di tutti ad avere una casa, per la compagnia o più verosimilmente perchè siamo poveri in canna)
  • Abbiamo uno smartphone più grosso di noi attaccato alle dita (pagato a rate) in cui pianifichiamo gli appuntamenti, segnamo la lista della spesa, archiviamo le cose importanti e soprattutto giochiamo a candy crush saga
  • Sembriamo sempre usciti da una asciugatrice, perché occuparsi troppo della moda e dell’aspetto è dozzinale, ma siamo grossomodo firmati e soprattutto non possiamo permetterci una colf e un’estetista / parrucchiere tutte le settimane
  • Abbiamo gli hobby che gli altri non hanno (il kendo, i giochi da tavolo, la ceramica, il cinema d’essai) un po’ perché ci piace davvero così, un po’ per spirito di gruppo un po’ perché la massa proprio quella ci fa schifo. E a noi piace elevarci dalla massa, ci piace provare schifo.
  • Abbiamo settecento paranoie che ci rendono speciali: allergie all’ozono, ideologie deliranti, religioni improbabili.
  • Mangiamo roba improbabile quando ce ne ricordiamo: i polli che finiscono nel nostro pancino erano polli felici che dormivano su trespoli di argento, i pesci sono stati pescati e congelati alla fonte in un oceano iperpulito dall’altra parte del globo, il cioccolato è di Gobino o al più di Modica, i tortellini sono stati fatti a mano dalla ‘sdaura centenaria, e il whisky ha fatto almeno tre volte il giro del globo in una botte di seta prima di giungere sulla nostra tavola. La birra che beviamo è esclusivamente artigianale, e il vino è sempre DOC. Ovviamente per poterci permettere tutto questo poi beviamo l’acqua del rubinetto e pranziamo a insalata alla mensa aziendale (se pranziamo, a volte no, specie verso fine mese)
  • Abbiamo lavori altisonanti, che pagano poco, ci occupano tantissimo tempo e nessuno riesce mai esattamente a capire esattamente di cosa ci occupiamo: siamo i social media manager, i personal trainers, i business analyst, i family bankers….
  • Facciamo la raccolta differenziata e siamo profondamente preoccupati per il futuro del nostro pianeta, in fondo non abbiamo nulla di meglio di cui preoccuparci…
  • Abbiamo sporadiche vacanze alternative ma parimenti (o più) costose: andiamo a piedi dove gli altri vanno in macchina, andiamo da soli dove gli altri vanno nei viaggi organizzati, soggiorniamo in hotel extra-lusso e super silenziosi dove gli altri stanno nei villaggi turistici
  • Siamo le divinità segrete delle relazioni instabili, esempi viventi – per non-scelta, per paura o per sfiga, per perenne sindrome di trilly o di Peter Pan – del LAT(1)  e del DINKS(2) , nonchè grandi apostoli del ‘non sai quanto è bello stare da soli’ e del ‘non mi sento pronto per una storia seria’.
  • Abitiamo mansarde microscopiche in centro perché sono intime e comode, case sperdute nella pianura perché amiamo la natura, o appartamenti pluri-single perché ci piace la compagnia, e non diremmo mai di non poterci permettere un’abitazione come dio comanda, non con tutti i vizi di cui sopra…

Insomma affrontiamo la vita come se fosse un grande hobby, un giocattolone che facciamo un po’ fatica a permetterci. Criticateci, voi che potete. Noi siamo troppo impegnati a non prenderci troppo sul serio.

(1) LAT : Living Apart Together – coppie relativamente stabili che decidono di vivere in abitazioni separate anziché eleggere una comune dimora (per mantenere i propri spazi, per tenere fresca la relazione, per il gusto dell’attesa del tempo speso assieme, per tenere il piede in due luoghi, per mantenere la propria autonomia, per evitare commistioni finanziarie, per non avere obblighi di gestione etc etc)

(2) DINK(Y): Dual Income, No Kids (Yet) – Coppie che, avendo due stipendi, non hanno avuto (ancora) figli e pertanto posso liberamente avvalersi di un tenore di vita superiore alla media e permettersi sfizi.

 

Digressione

33 – a ognuno la sua (debolezza)

Siamo adulti. Alcuni di noi sono caduti malamente e si sono rialzati. Siamo diventati duri, corazzati, indistruttibili. Sappiamo spesso quello che vogliamo e dove andiamo… siamo grandi ormai, eppure ognuno di noi ha una qualche piccola debolezza – in materia di sesso opposto, o di stesso sesso se è quello il gusto – che ci rende completamente inermi e rincoglioniti…

  • c’è chi subisce il fascino dell’uomo terrone
  • c’è chi stravede per un paio di tette grosse
  • c’è chi, all’opposto, ama un bel culo
  • chi cede per i rossi o per le rosse
  • e chi perde consapevolezza di se davanti a un paio di occhi chiari
  • c’è chi ha la fissa dei piedi
  • chi del tailleur, la scarpa col tacco e le autoreggenti

E gli altri, se lo sanno, ti prendono proprio lì sul punto debole….

Così mia madre, quando gli parlo troppo di un qualche amico (maschio) mi chiede “ma… di che colore ha gli occhi?” e se la risposta è “chiari“, sghignazza farfugliando “ho capito“.

Così un mio buon amico, sorseggiando la birra spalanca gli occhioni chiarissimi stile gattino di Shreck quando mi dice “mi porti a casa tu, stasera? mi porti a casa tua? daaaai“.

Insomma, la mia arcinota debolezza per gli occhi chiari è da anni ampio oggetto di scherno…

 

Stato

21.2 – L’altra parte dell’alba

Amo l’alba. Amo l’alba più dei tramonti. I tramonti li vedi ogni sera, così spesso che ad un certo punto non ci fai più caso. Semplicemente la luce abbagliante del giorno si dilegua,  e le pupille si allargano per adattarsi alle nuove condizioni.

L’alba invece è una conquista. Almeno è una conquista l’alba dei pipistrelli e dei vampiri.  Ovvero l’alba che ti raggiunge silenziosamente dopo una notte insonne a stropicciare la vita o a combattere con il lavoro.  Quando arriva l’alba, con quel suo colore un po’ malato e stentoreo, beh, ti rassomiglia. Guardi il sole uscire di casa, come te, e apprestarsi, come te, ad ingannare un altro giorno, con altre promesse.

Poi c’è l’alba dei metalmeccanici, di quelli che cominciano il turno alle 6 del mattino. E’ l’alba che viene dopo una notte in cui sei andato a letto presto, rinunciando a giocare. E’ l’alba che ti annuncia che il giorno che viene è ancora tutto da combattere. E’ un’alba tutt’altro che complice e consolatoria, è un’alba livida e crudele, nemica, che ti da la sveglia urlando e presentandoti il conto delle tue scommesse, mentre tu vorresti solo dormire un’altra ora.

Ti accorgi che stai cominciando a perdere colpi quando conti più albe da metalmeccanico che da vampiro.

La nebbia che respiro ormai
si dirada perché davanti a me
un sole quasi bianco sale ad est…

(Lucio Battisti – Luce dell’est)

Digressione

21.1 – le stelle cadenti mentono

Rinella, un posto disperso a sud tra fuoco, acqua e cielo. A notte inoltrata me ne sto stravaccata sulla sdraio del terrazzo superiore dell’hotel L’Ariana, dopo una giornata di sudore e cammino, a guardare le stelle con i miei compagni di viaggio. La via lattea sta dando spettacolo di sé, tagliando il cielo in due metà perfette. Identica cosa fa la scia dei vulcani (Etna, Vulcano, Stromboli, Vesubio) sotto di essa, speculare. Cicatrici nel tessuto continuo dell’universo.

Insomma, siamo lì, stravaccati con gli occhi nel cielo a sprecare parole, a riempire quel disagevole senso di infinita piccolezza della vita umana davanti alla devastante grandezza dell’universo. Cerco e trovo con sguardo sicuro le mie costellazioni (Cassiopea, le orse, Orione, le Pleiadi) e ne invento di nuove (il panda magro, l’elefante zoppo, il riccio di mare, il cavalluccio marino gay). Poi saetta una piccola luce, un piccolo volo di un paio di secondi scarsi, parallelo alla via lattea.

<<una stella cadente, esprimi un desiderio>>

<<no, tanto le stelle cadenti mentono. Mentono dal principio, dal nome, perché non sono stelle, e tecnicamente neanche cadono.  E non hanno mai esaudito un mio desiderio, ammiccano, ti illudono e poi ti lasciano da solo a sperare. Bisognerebbe dire “guarda un meteoritino con le chiappe in fiamme, esprimi una maledizione”. Allora forse si prenderebbero la briga di darsi da fare. Ma certo, se sei un meteoritino sfigato, pagato dall’universo il minimo sindacale per darsi fuoco, forse non avresti voglia di assolvere le richieste di un pigro umano spaparanzato sulla terrazza.>>

<<secondo me erano solo sbagliati i desideri che hai espresso>>

<<Bene. Avanti con la prossima stella. Ne ho uno zaino da 60 litri pieno, di desideri sbagliati>>

(Ai miei compagni e alle mie compagne di viaggio alle Eolie – a una in particolare. Ai miei compagni di desideri inesauditi, ovvero a tutti quelli con cui ho guardato le stelle, parlando appollaiata su balcone, un terrazzo, stravaccata per terra o camminando per un sentiero in montagna di notte. Ai miei desideri inesauditi, a te.)

Ti brucerai
Piccola stella senza cielo.
Ti mostrerai
Ci incanteremo mentre scoppi in volo
Ti scioglierai
Dietro a una scia un soffio, un velo
Ti staccherai
Perche’ ti tiene su soltanto un filo.

Ligabue – Piccola stella senza cielo

Digressione

17.1 – piccolo dizionario piemontese – italiano

Nonostante siano ormai anni che vivo in quel di Bologna, tutt’ora mi capita di trovarmi nel centro di una conversazione e usare qualche piemontesismo (ormai italianizzato) che i miei amici bolognesi non capiscono… quindi, anche se con un po’ di ritardo, ecco una breve lista di quello che spesso dico e che non viene normalmente capito:

  • gadàn, gadano: sciocco, inconcludente.
  • badola: stupido, citrullo.
  • picabale: rompicoglioni, tignoso, fastidioso. Letteralmente ‘becca palle’
  • pisa pi curt, piscia più corto: racconta meno balle, tiratela di meno.
  • dé il bleu, dare il blu: abbandonare, lasciare, scappare
  • del pento, del pentu: che non vale nulla, malfatto, inadeguato. letteralmente ‘del pettine’
  • fé flanela, far flanella: pigrire, fare il pelandrone, oziare.
  • fé schissa, far schissa: non presentarsi, dare pacco, non andare a scuola o al lavoro senza una scusa plausibile
  • gaute la nata: fatti furbo.
  • sté da pocio, sta come un puciu: star bene, star comodi, coccolati. (ndr: il puciu è il pulicino)
  • fafiuché: parolaio, persona che parla tanto e fa poco. letteralmente ‘fa nevicare’
  • dis’ciucte, disvite, disgaute: svegliati. (ndr: il ciuc è il cesto sotto cui crescono i pulcini. disciucte quindi ha un significato di esci dalle sottane)
  • bugia! buite!: muoviti
  • original, originale: strano, matto, sgradevole
  • sgjai: schifo viscido
  • scher: schifo ruvido
  • sagrin: dispiacere, pensiero
  • piciu, picio: coglione, cazzone
  • stupa, stuppa: sfiatata, noisa, inconcludente
  • bogia nen!: tieni duro, rimani concentrato sull’obiettivo (e non posapiano, ragazzi, la storia è diversa)
  • per la punta d’un pluc sant’la bala d’un poj: per il rotto della cuffia (letteralmente per la punta di un pelo sulla palla si un pidocchio)
  • avanti Savoia: forza e coraggio
  •  barot, barotto: campagnolo, grezzo.
  • blagheur: vanitoso, che si da arie, sbruffone
  • lajan, laiano: pigro
  • rabadan: roba inutile, senza valore
  • piatola, piattola: persona che si lamenta, lagna
  • patelavache: persona grezza, grossolana. letteralmente ‘picchia mucche’
  • sbalucà, sbaloccato: sbalordito, esterefatto, scioccato.

Potrei usarne altre, meno frequentemente…. mi riservo il diritto di aggiornare la lista (e gli amici sabaudi sono caldamente invitati a correggermi e o a fare aggiunte qui e lì)

Stato

11.2 – un posto da chiamare casa

Prendo il treno, l’ennesimo treno, tra Bologna e Torino. Ho un progetto nella testa e l’anima in gola. Vado a riprendermi casa mia. Gli inquilini sono tornati al paesello e, chiavi nella borsa, io ritorno a casa.

Ho passato quasi tutti i giorni, dall’inizio di quest’anno a smantellare strutture. Prima di costruire, prima di ricostruire, bisogna fare tabula rasa della vita precedente. Distruggi e smantella. Smembra i sogni, cancella i ricordi, azzera le aspettative, togli i sentimenti dalle pareti. Annulla, imbianca, spersonalizza. Restano una manciata di foto in un album da qualche parte, e resta qualche oggetto orfano, dimenticato e abbandonato a se stesso. Brandelli di una vita passata, senza più significato alcuno.

Oggi salendo sul treno, ho deciso di cominciare a ricostruire. Non sono più in fuga da una realtà troppo invadente e troppo scomoda. Ho abbandonato quella fuga a rotta di collo che avevo cominciato a inizio Aprile, chiedendo disperatamente di tornare a Torino. Oggi, salendo sul treno porto nello zaino il primo mattoncino e dello spazio libero, pronto per nuove avventure.

Torino mi accoglie tiepida e vagamente nuvola, quel suo abbraccio un po’ inospitale e un po’ scontroso che noi torinesi amiamo tanto e ci portiamo addosso (e ci scambiamo spesso). Passo da casa dei miei a prendere i miei quattro stracci e mi avvio lenta, con la musica nelle orecchie verso il portone di casa. Ad ogni passo lascio in dietro un pensiero, della ruggine, della polvere. Sotto il portone di casa, lo zaino col computer e lo spumante, e la borsa con il cellulare e le chiavi sono finalmente l’unico bagaglio che mi porto appresso, esternamente e internamente.

Apro il portone, la portina interna e rincorro la mia anima su per le scale. Davanti alla porta resto a fissare il mio cognome sul campanello. Lo guardo bene, per ricordarmi bene chi sono, chi c’è sotto queste lentiggini e sotto questi occhi cangianti. Infilo le chiavi ed entro.

Mi accoglie quell’eternità che appartiene alle case di inizio secolo scorso: l’odore del legno di faggio, il vago sentore di umido dei muri spessi, il fruscio dei tubi dell’acqua a vista, la luce dorata e abbagliante che entra dalle altissime finestre, il crepitio lieve del parquet flottante. Abbandono il poco bagaglio inspirando a pieni polmoni e mi lascio cadere a peso morto, ad angelo, in centro alla sala. Con gli occhi chiusi, come un novello Ulisse sulla spiaggia di Itaca, s respiro l’odore di casa.

E dopo molto, troppo, tempo una felicità irrequieta e danzante si mischia al sangue e trotterella allegra giù dalle arterie e su per le vene. Senza pensieri e coi piedi leggeri la vita è finalmente luccicante e facile. Stappo il mio spumante rosé me ne godo un bicchiere e invito poi qualcuno a finire il resto. La felicità ha un odore più buono se c’è qualcuno – magari a sua insaputa – che ne condivide un pezzo. Nessuna delusione, nessun tradimento, nessuna pugnalata al mondo mi farà mai ricredere in merito.

Ho nuovamente un posto, un posto senza ricordi, da chiamare casa. Un attaccapanni dietro alla porta dove lasciare le scarpe e appendere l’armatura e la cotta di maglia. Pochi metri quadri dove poter lasciare correre liberi e nudi i brandelli d’anima superstiti.

(Ho avuto alcuni compagni di viaggio in questi metri. Non tutti si sono accorti della strada, della fatica o delle buche. Devo loro una birra, se non hanno già avuto lo spumante.)

C’è un principio d’ironia
Nel tenere coccolati
I pensieri più segreti
E trovarli già svelati
E a parlare ero io
Sono io che li ho prestati

(Elisa – gli ostacoli del cuore)