Digressione

14 – di foto e di altre tragedie

Ho sempre amato disegnare, e quando è cominciato a mancarmi il tempo materiale per farlo, ho cominciato a fare foto. Migliaia di foto. Foto su foto nel tentativo assurdo di bloccare i momenti nella mia visione di essi, a perenne memoria del fremito, della sensazione del momento. Ho hard disk pieni di foto strane, sbilenche, stranite. Istantanee del mio sguardo buffo sul mondo. Molte non le ho neppure processate, molte non le ho neanche scaricate e giacciono in qualche rullino o in qualche scheda SD.

Poi capita che le riguardi, per masochismo, oppure semplicemente perché ti saltano addosso da dietro l’angolo di un file. E, assieme a loro, ti saltano addosso tutte le sensazioni e le impressioni di quel momento e tutte quelle che si sono concatenate ad esse nel tempo.

Così ritrovi quel primo piano scattato a pranzo in un inizio giugno salentino assolato e deserto. Quando il compagno di turno aveva lo sguardo ebete e lucido di chi è davvero felice e sta provando a sognare forte. Il sogno lo vedi ancora, cristallizzato lì, tra pupilla e l’iride. La foto lo ha congelato, e ne è rimasta la sindone, benché il sogno si sia corrotto e decomposto nel tempo.

E altre facce, altri progetti, e altri sogni. Altri cadaveri decomposti e polverizzati nel vento. Altri sentimenti, sensazioni, colori inchiodati nel tempo, finché il supporto non si consumerà. Ho così tanti fantasmi in agguato nel mio laptop che al confronto la lettura di Edgar Allan Poe risulterebbe una fiaba per fare addormentare i bambini la sera.

Non faccio più foto. Ho chiuso.

 

 

Digressione

12.1 – Siediti e aspetta poi alzati e va’

A diciott’anni ho passato un estate in montagna in compagnia di mia nonna. Lei leggeva libri sotto l’ombrellone sull’ampio terrazzo che è stato il teatro di gran parte della mia vita alpestre, io, all’ombra del muro, tentavo inutilmente di studiare fisica. Non avevamo un bel rapporto io e la fisica. A tutt’ora, non siamo diventate amiche.

In quelle lunghe giornate di giugno, tra studio, cavalli e scorrazzate a perdifiato su e giù per la valle, ho conosciuto mia nonna. Era una donna ormai stanca degli anni, rigida e austera a cui la vita aveva riservato più di una cattiva sorpresa. Eppure era ancora solida e decisa, una donna forte. Mi raccontava di una madre (mia bisnonna) fredda e distante al limite del crudele, delle zie che amava molto, del suo lavoro di tintrice di bottoni, degli amati fratelli morti, entrambi in guerra. E mi raccontava di mio nonno, Amerigo, morto quando era ancora troppo giovane e con due figli adolescenti da crescere. Con la morte di mio nonno, i ricordi si fermavano, anche se la vita era continuata a lungo. Ricordo la luce e il sorriso che aveva quando mi raccontava del suo Amerigo, che io non ho mai conosciuto.

Era una donna strana mia nonna, un po’ ruvida (da buona piemontese) e con probabilmente tanti sentimenti sotto quell’armatura di metallo che si portava appresso. Forse un po’ mi somigliava, forse un po’ somiglio io a lei. Anche a me dicono che sono strana, strana e buffa, sicuramente non austera.

Un giorno, tornando da cavallo, trovai un biglietto sulla scrivania, in bella luce. Aprii la busta, e lessi le poche righe scritte con la calligrafia un po’ stentata dei vecchi:

E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso, ma siediti e aspetta.

Respira con la profondità fiduciosa con cui hai respirato il giorno in cui sei venuta al mondo, senza farti distrarre da nulla, aspetta e aspetta ancora. Stai ferma, in silenzio, e ascolta il tuo cuore.

Quando poi ti parla, alzati e va’ dove lui ti porta.

Avevo letto il libro e sinceramente l’avevo odiato. L’avevo trovato melenso, stucchevole e infinitamente uterino. Presi il biglietto, ne archiviai il senso attribuendolo a un rigurgito di sentimentalismo di una vecchia stanca e lo usai come segnalibro per gli studi.

Quel biglietto, negli anni, è diventato il ricordo simbolico di mia nonna, della donna che avevo conosciuto il quel periodo. Della persona che guardava con tolleranza e divertimento quella nipote troppo viva e troppo energica che percorreva il mondo come un tifone, di corsa, senza guardare cosa lasciava indietro.

Qualche mese fa ho preso quel biglietto tra le mani, lo ho aperto e riletto, dopo 21 anni. Sull’altro lato, che non avevo mai voltato, ho trovato poche parole

Il giorno in cui dovrai fare una scelta difficile siediti e aspetta. Poi alzati, vai e non ti voltare indietro.

Mi sono seduta. Ho aspettato dei mesi. Poi mi sono alzata e ho preso la mia strada, senza voltarmi.

Si dice che i morti continuino a vegliare sui loro cari chissà come.

Citazione

12 – dialogo immaginario alla fermata dell’autobus

<<Fermati. Fermati e guardami.

Esci, per una volta, esci da quel beffardo succede. Appoggia l’armatura sul muro, togliti anche la cotta di maglia, e smetti, per un attimo di scherzare.

Raccontami come, com’è stato il giorno in cui il mondo ti è esploso in mano. Quando hai dovuto sederti per terra, perché le ginocchia tremavano troppo. Quando il cuore è impazzito e il fiato, tra i denti stretti tanto da scricchiolare, si è spezzato. Quando hai stretto forte le palpebre sui tuoi occhi cangianti per fermare le lacrime, perché oramai sei grande, perché sei sempre stato un pilastro. E i pilastri non piangono, neanche quando si schiantano al suolo e si sbriciolano in migliaia di frammenti.

Raccontami di quella telefonata, che hai fatto, quando il cervello ha cominciato a girare in tondo, attorno alla poltiglia di carne e sangue che un giorno chiamavi anima. Quante volte hai chiesto – urlando come un animale ferito a morte – perché, incapace di capire?

Raccontami dei pensieri che sono stati l’eco dei tuoi passi la notte. Dimmi della rabbia che ti ha fatto slogare i polsi sui muri e della paura che ti ha inchiodato ad un pilastro incapace di muoverti, del tormento della mente che non ha rallentato mai  lasciandoti insonne per giorni. Spiegami. Raccontami dell’inumana fatica del primo passo che hai mosso dopo l’atomica, e di tutti quelli seguenti, che continui a mettere.>>

<<Non sono stati giorni diversi dai tuoi. Succede a tutti. >>

<<E poi?>>

– Poi passa. Passa tutto prima o poi.

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PS: Questo articolo è rimasto tra tastiera e rete per molto tempo, è ora di lasciarlo libero.

Stato

11.2 – un posto da chiamare casa

Prendo il treno, l’ennesimo treno, tra Bologna e Torino. Ho un progetto nella testa e l’anima in gola. Vado a riprendermi casa mia. Gli inquilini sono tornati al paesello e, chiavi nella borsa, io ritorno a casa.

Ho passato quasi tutti i giorni, dall’inizio di quest’anno a smantellare strutture. Prima di costruire, prima di ricostruire, bisogna fare tabula rasa della vita precedente. Distruggi e smantella. Smembra i sogni, cancella i ricordi, azzera le aspettative, togli i sentimenti dalle pareti. Annulla, imbianca, spersonalizza. Restano una manciata di foto in un album da qualche parte, e resta qualche oggetto orfano, dimenticato e abbandonato a se stesso. Brandelli di una vita passata, senza più significato alcuno.

Oggi salendo sul treno, ho deciso di cominciare a ricostruire. Non sono più in fuga da una realtà troppo invadente e troppo scomoda. Ho abbandonato quella fuga a rotta di collo che avevo cominciato a inizio Aprile, chiedendo disperatamente di tornare a Torino. Oggi, salendo sul treno porto nello zaino il primo mattoncino e dello spazio libero, pronto per nuove avventure.

Torino mi accoglie tiepida e vagamente nuvola, quel suo abbraccio un po’ inospitale e un po’ scontroso che noi torinesi amiamo tanto e ci portiamo addosso (e ci scambiamo spesso). Passo da casa dei miei a prendere i miei quattro stracci e mi avvio lenta, con la musica nelle orecchie verso il portone di casa. Ad ogni passo lascio in dietro un pensiero, della ruggine, della polvere. Sotto il portone di casa, lo zaino col computer e lo spumante, e la borsa con il cellulare e le chiavi sono finalmente l’unico bagaglio che mi porto appresso, esternamente e internamente.

Apro il portone, la portina interna e rincorro la mia anima su per le scale. Davanti alla porta resto a fissare il mio cognome sul campanello. Lo guardo bene, per ricordarmi bene chi sono, chi c’è sotto queste lentiggini e sotto questi occhi cangianti. Infilo le chiavi ed entro.

Mi accoglie quell’eternità che appartiene alle case di inizio secolo scorso: l’odore del legno di faggio, il vago sentore di umido dei muri spessi, il fruscio dei tubi dell’acqua a vista, la luce dorata e abbagliante che entra dalle altissime finestre, il crepitio lieve del parquet flottante. Abbandono il poco bagaglio inspirando a pieni polmoni e mi lascio cadere a peso morto, ad angelo, in centro alla sala. Con gli occhi chiusi, come un novello Ulisse sulla spiaggia di Itaca, s respiro l’odore di casa.

E dopo molto, troppo, tempo una felicità irrequieta e danzante si mischia al sangue e trotterella allegra giù dalle arterie e su per le vene. Senza pensieri e coi piedi leggeri la vita è finalmente luccicante e facile. Stappo il mio spumante rosé me ne godo un bicchiere e invito poi qualcuno a finire il resto. La felicità ha un odore più buono se c’è qualcuno – magari a sua insaputa – che ne condivide un pezzo. Nessuna delusione, nessun tradimento, nessuna pugnalata al mondo mi farà mai ricredere in merito.

Ho nuovamente un posto, un posto senza ricordi, da chiamare casa. Un attaccapanni dietro alla porta dove lasciare le scarpe e appendere l’armatura e la cotta di maglia. Pochi metri quadri dove poter lasciare correre liberi e nudi i brandelli d’anima superstiti.

(Ho avuto alcuni compagni di viaggio in questi metri. Non tutti si sono accorti della strada, della fatica o delle buche. Devo loro una birra, se non hanno già avuto lo spumante.)

C’è un principio d’ironia
Nel tenere coccolati
I pensieri più segreti
E trovarli già svelati
E a parlare ero io
Sono io che li ho prestati

(Elisa – gli ostacoli del cuore)

 

Digressione

11.1 – 6 Polaroid dallo scambio iniquo” o 10 anni di immeritata vita a credito

E siamo a 15 anni di vita a credito

Vite da panda

il 19 Giugno 1999 T. vola da un p30 sui massi sottostanti, all’Artesinera.

Ho un migliaio di istantanee impresse nella mente di quei giorni e dei giorni precedenti. Impresse a fuoco, indelebili… Roba che più o meno spesso mi si ripresenta davanti agli occhi, per ricordarmi lo scambio iniquo che avvenne quel giorno. Ma cominciamo dal principio.

Qualche settimana prima io, N. e M. organizziamo una punta in Artesinera per fare un sopralluogo e valutare se fosse possibile fare la giunzione tra Artesinera e Bacardi. Al mondo ci sono grotte e grotte. Grotte in cui passeresti il resto della tua vita a gingillarti tra pozzi e strettoie e grotte che ti mettono addosso l’ansia e la paura. E l’Artesinera decisamente ti fa sentire a disagio.  Prima Polaroid: me e N. fermi alla partenza di un pozzo a mangiare lamponi. Mi guardo con orrore le mani sporche di succo di lampone…

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6.1 – classificazione dei treni

Ho ripreso a viaggiare in treno, molto, troppo. E’ l’effetto collaterale dell’avere la vita divisa a metà, tra due città non esattamente vicine. Viaggiando viaggiando, mi sono accorta che i treni sono di diverse razze:

  • i treni dell’amore. Sono treni con passeggeri che parlano fitti fitti al telefono, dall’inizio alla fine del viaggio. Si possono riconoscere perché  viaggiano felici e veloci rimbalzando sui sospiri degli occupanti
  • i treni della separazione. Sono i treni che viaggiano in senso inverso rispetto ai treni dell’amore. Sono più malinconici e tristi, e si possono riconoscere dai cuori disegnati nella polvere dei finestrini da qualche innamorato in vena di graffiti soft
  • i treni della guerra. Sono popolati da impeccabili uomini in completo grigio e donne in tailleur e tacchi improponibili. Viaggiano di fretta, affannati, arrabbiati, ingrigiti dentro e fuori, verso o da qualche importante meta di lavoro. Suonano impazienti sui binari e ringhiano in silenzio quando incrociano un altro treno.
  •  i treni della vacanza. Ricolmi di bambini scorrazzanti, palette, salvagenti e palloni i treni delle vacanze hanno sempre l’aria un po’ salata e la sabbia tra i binari. Scorrazzano spensierati per l’Italia cantando le canzoni dello zecchino d’oro di migliaia di anni fa.
  • i treni dell’emigrazione invece viaggiano un po’ sdruciti, stracolmi di bagagli e di speranze mentre rincorrono un nuovo futuro ricco di sogni e di speranze. Li rallenta la malinconia e il peso dei tanti cuori magonati che li occupano.
  • i treni del rientro. I treni del rientro viaggiano con la testa vuota, tornano verso caso con la rassegnazione e il carico di chi se ne è andato, ci ha provato e ora rientra nella città natale. Ad alcuni è andata bene, ad altri, probabilmente un po’ meno, ma è comunque finita l’avventura e si ritorna senza più aspettarsi sorprese. Sono treni stanchi, rassegnati, sfinti. Rollano piano sulle loro rotaie, cullati dal sonno degli occupanti e dall’apatia imperante.

E voi che treni prendete in questo periodo?

Digressione

6 – 10 cose che un adulto dovrebbe fare almento una volta la settimana

Stamattina di sfuggita ho lecco l’articolo di Tiasmo 40 cose che un bambino dovrebbe fare almeno una volta al giorno a seconda della stagione e…

mi sono tornate in mente le cose che ultimamente mi ero dimenticata di fare, e che – da adulta – cambiano il peso delle giornate

  1. camminare con il naso all’insù, godendosi il tepore del sole, il picchiettio della pioggia, o il sapore della neve
  2. mandare in vacca una serata, cambiando programma all’ultimo minuto
  3. telefonare a un/una amico/a lontano/a per fare quattro risate e sdrammatizzare le reciproche sciagure
  4. saltare il pasto perché si ha qualcosa di più divertente da fare
  5. mangiare di corsa un ovetto Kinder e poi giocare con la sorpresa
  6. concedersi un attacco di ridarola nel momento meno opportuno del mondo
  7. giocare a rincorrersi con il proprio gatto
  8. perdere la cognizione del tempo e riaquisirla senza pensare ‘cazzo è tardi!’
  9. scrivere
  10. concedersi una gloriosa galoppata

Direi che per essere a giovedì, la mia settimana è a buon punto 🙂

E a voi, cosa cambia la luce delle giornate?