Stato

17 – Monopoly

E poi, improvvisamente ti ritrovi esattamente al punto di partenza. Hai avuto l’impressione di fare un po’ di strada, in una qualche direzione, ma hai preso le carte sbagliate del mazzetto imprevisti del Monopoly. Bravessum.

fate 3 passi indietro (con tanti auguri).

Digressione

15.1 – Siamo quasi tutti sostituibili

Passiamo la vita a convincerci che sia unici, coi nostri pregi e i nostri difetti, un’irripetibile alchimia di geni combinati a caso (o quasi) da una legge della natura che favorisce la diversificazione.

Passano la vita a farci credere che siamo unici, insostituibili. Lo fa la tua famiglia, da quando sei nato, da quando hai cominciato a rompere le palle ponendoti quelle domande a cui nessuno sa rispondere, e l’unica risposta che ti viene data è che sei unico, insostituibile, irripetibile e devi andarne orgoglioso. Lo fa la tua amica, o il tuo amico del cuore, quando dice che nulla avrebbe senso se tu non fossi al suo fianco. Lo fanno i tuoi amici, quando ti ringraziano dell’energia e dell’allegria che sembrano muovere il mondo. Lo fa il tuo compagno o la tua compagna quando affermano che sei la persona che hanno sempre cercato, che a te regaleranno la loro vita.

E tu alla fine ci credi. Ti senti unico, insostituibile.

Gli unici che ti dicono la verità, sono i colleghi sul posto di lavoro. Loro si, loro ti dicono che ognuno di noi è sostituibile, come i bulloni di un ingranaggio. Basta avere sufficiente tempo. Basta cercare abbastanza bene. Ed è buffo, perché forse l’unico posto dove non siamo davvero sostituibili è il nostro lavoro, perché è difficile rimpiazzare quel bagaglio di conoscenze e di savoir faire che ti porti dietro giorno per giorno e che ti giochi tutti i giorni sulla tua piccola scrivania.

Poi, vivendo, ti accorgi che la vita ti da torto. Ti accorgi di essere sostituibile. La tua amica del cuore, nel giro di poco avrà qualche altra persona con cui condividere il mondo, i tuoi amici – se ti allontani – avranno un altro centro di energia, il tuo compagno regalerà la sua vita ad altra persona. E’ semplicemente così, è la vita. Siamo facilmente rimpiazzabili, e contro ogni aspettativa, siamo rimpiazzabili in pochissimo tempo.

D’altra parte anche noi sostituiamo e rimpiazziamo persone di continuo: amici, amori, colleghi, conoscenti. Le persone non sono altro che piccole meteore che ci attraversano la vita velocemente, lasciandosi dietro, al più, un po’ di polvere.

Ultimamente, incontro gente. Per ogni persona che incontro questa rimpiazza qualcuno che ha fatto parte della mia vita e  so che a sua volta, prima o poi, verrà rimpiazzata da un’altra. Dopo relativamente poco tempo il ricordo diventerà fumoso e si perderà tanto da non ricordarmi più neppure quale fosse il suo nome. Sarà semplicemente ricoperta da un’altro volto che occuperà quello stesso ruolo.

Questo avviene quasi sempre. Poi… poi sbatti in qualcuno che non è sostituibile. Qualcuno per cui non c’è un clone abbastanza simile. O forse quel clone ci sarebbe stato prima delle cicatrici, prima delle botte e dei lividi. Perché sono le cicatrici che rendono alcuni individui unici e riconoscibili dal branco, esattamente come avviene per le balene.

E quando si incontra una balena, bisognerebbe tenerla ben fuori dalla propria vita, non dargli un ruolo, neppur minimale, perché se lo fai, il giorno che le strade si separeranno e verrai facilmente sostituito, sarai destinato a sentirne in eterno l’assenza, una piccola piaga inguaribile sul tallone dell’anima. Un piccolissimo dolore che ad ogni passo ti ricorderà che hai perso davvero qualcosa.  E poco importa se hai perso qualcosa di bello o di brutto, resta quella piccola fitta di angoscia per aver diminuito la biodiversità del tuo personalissimo universo.

You are not special. You’re not a beautiful and unique snowflake. You’re the same decaying organic matter as everything else. We’re all part of the same compost heap. We’re all singing, all dancing crap of the world. (Chuck PalahniukFight Club)

Digressione

15 – Luis Vuitton e la mantide

Al baretto quasi sotto casa non ci vado quasi mai, quasi più. Nella mia vita precedente ci andavo spesso e tra quelle quattro mura ho fatto più di un’amicizia, amici che ho lasciato indietro, come quel luogo. Ma l’altra sera mi è saltata la serata, mi è saltata tardi per recuperarla e ormai ero nei paraggi…

quindi con quello stesso spirito con cui si sfoglia un album di foto ricordi, mi sono recata al bar a prendere un aperitivo.

Come previsto al bar ho trovato qualche vecchio amico, e qualcheduno nuovo. Sono stropicciati come me. Hanno una vita più o meno caotica, più o meno in ricostruzione e si barcameno tra il sonno arretrato, l’alcol, e qualche avventura. Buffa combricca di post-adolescenti un po’ attempati disillusi dalla vita e cinicamente romantici.

Avevamo una vita, progetti, piani, una volta. Poi è volato tutto per aria, a chi in un modo a chi nell’altro. E ora viviamo alla giornata come moscerini della frutta. Niente progetti, niente futuro, ma si, tanta vita, ma proprio tanta (quanta non ne avevi neanche a vent’anni).

Così tra racconti della fine del mondo, gin/vodka & tonic, prese per i fondelli e discussioni pseudo lavorative si finisce sempre lì… sulle disquisizioni in merito all’amore e ai suoi massimi sistemi.

L’amore è una cosa strana. Anche quando ha leso la tua fiducia, ti ha smontato la vita e rivoltato come un calzino, ancora in qualche modo ci credi e ancora lo cerchi. O meglio lo cerchi e non lo cerchi, soprattutto ne parli, perché finché ti limiti a parlarne davanti a un drink non può più ferirti (e quanta paura abbiamo che ci dilani la carne di nuovo). Così ognuno ognuno vomita il suo cinismo e la sua disillusione in merito. Ognuno ammette che no, non riuscirà a fidarsi mai più, e promette che mai, mai più, farà progetti che includano un altra persona nella loro vita. “Mai”, “mai più”, sono parole inutili, abusate, esattamente come quel “sempre”, “per sempre” in cui hai creduto a suo tempo, e che ti ha lasciato a piedi in autostrada sotto la pioggia. In verità siamo tutti alle porte, che aspettiamo qualcuno che abbia la forza, il coraggio e la voglia di divelgere quello spillone di ghiaccio emotivo che ci tiene inchiodati al muro come farfalle imbalsamate e che ci faccia riprendere a volare alti, noi, la nostra vita, i nostri progetti. Ma ci vuole la persona giusta, e il coraggio di un leone, e la forza di un aeroplano.

C’è chi vorrebbe un partner il cui concetto più complesso sia parlare della borsa di ‘Louis Vuitton’. Ne ha avuto abbastanza di uscite intellettuali e radical chic ai workshop sui libri, ai cinema d’essai, ai café chantant e compagnia bella. Troppa fatica, troppa finzione, troppa artificialità. Allora tanto vale uscire rilassati, parlando di Louis Vuitton. A 40anni non hai davvero più bisogno di giocare all’eterno duello di chi sia più affascinante o più intelligente. Se sei affascinante lo sai, e sai se sei intelligente. Non hai bisogno di conferme.

C’è chi sogna il toy boy, o le toy girl. Guarda quei fisici statuari nonostante l’overdose di alcool e di pigrizia e se li sogna nel letto tutta notte. Guarda e sogna, poi che abbia o non abbia l’occasione viene annichilito dal terrore del post-coito. Si perché un uomo o una donna può dire quello che vuole prima. Gli ormoni fanno passare tutto in secondo piano. Il problema é il dopo, quando i tuoi ormoni grossi come pony sono andati a dormire e tu rischi di realizzare davvero che ti sei portato a letto un adolescente, con interessi e maturità da adolescente. Allora o ti suicidi per la vergogna o uccidi lui / lei per mantenere il segreto. Un’ardua scelta.

C’è chi perde del tempo con una qualche semi-storia impossibile. E ci mette del tempo proprio perché è impossibile. Finita a priori, morta senza avere la possibilità di vivere. L’avventura più sicura del mondo. Sai che non ci puoi scommettere nulla, sai già come finirà, sai già che la persona dall’altra parte è messa come o peggio di te. Sentimenti a redini corte, vincoli pochi o nulla, tanta vita e zero futuro. Distillato di disillusione pura per disillusi hard core.

In ogni caso, le persone normali le fuggiamo con cura.

C’era un tempo che i miei occhi
non vedevano che te,
c’era un tempo che dormivi accanto a me
senza pensare io credevo tu potessi dedicare
la tua vita solo a me.
Eri bellissima,
quando mi amavi.

Non ho mai capito bene
come fosse cominciato,
so soltanto che sei tu che l’hai voluto,
certo però, non era un caso tu volessi far cambiare
questa vita ch’era in me.
Non ti bastavano
le mie canzoni.

Dicevi che l’amore
è una strada senza uscita,
ho spostato le frecce ai crocicchi della vita;
la strada si distende
e mi porta ad andar via
non c’è posto per l’amore nel tuo mondo di magia.

C’era un tempo che parlavi
della forza del destino,
degli ostacoli che getta sul cammino,
ma io non ho creduto alle leggende che tuo nonno
ti cantava intorno al fuoco;
non sono stato al giuoco,
non ho accettato.

(Bertoli – C’era un tempo)

 

Digressione

14 – di foto e di altre tragedie

Ho sempre amato disegnare, e quando è cominciato a mancarmi il tempo materiale per farlo, ho cominciato a fare foto. Migliaia di foto. Foto su foto nel tentativo assurdo di bloccare i momenti nella mia visione di essi, a perenne memoria del fremito, della sensazione del momento. Ho hard disk pieni di foto strane, sbilenche, stranite. Istantanee del mio sguardo buffo sul mondo. Molte non le ho neppure processate, molte non le ho neanche scaricate e giacciono in qualche rullino o in qualche scheda SD.

Poi capita che le riguardi, per masochismo, oppure semplicemente perché ti saltano addosso da dietro l’angolo di un file. E, assieme a loro, ti saltano addosso tutte le sensazioni e le impressioni di quel momento e tutte quelle che si sono concatenate ad esse nel tempo.

Così ritrovi quel primo piano scattato a pranzo in un inizio giugno salentino assolato e deserto. Quando il compagno di turno aveva lo sguardo ebete e lucido di chi è davvero felice e sta provando a sognare forte. Il sogno lo vedi ancora, cristallizzato lì, tra pupilla e l’iride. La foto lo ha congelato, e ne è rimasta la sindone, benché il sogno si sia corrotto e decomposto nel tempo.

E altre facce, altri progetti, e altri sogni. Altri cadaveri decomposti e polverizzati nel vento. Altri sentimenti, sensazioni, colori inchiodati nel tempo, finché il supporto non si consumerà. Ho così tanti fantasmi in agguato nel mio laptop che al confronto la lettura di Edgar Allan Poe risulterebbe una fiaba per fare addormentare i bambini la sera.

Non faccio più foto. Ho chiuso.

 

 

Citazione

13.1 – per il tuo compleanno

per il tuo compleanno ti ho regalato due poesie con lo stesso emblematico nome (Se…):

  • una l’ho trovata per caso che penzolava spersa sul muro di un ufficio.
  • l’altra venne regalata a me in un lontano giugno dell’88 del secolo scorso

Che ti siano buone compagne di strada, come lo sono state per me.

IF (Rudyard Kipling)

If you can keep your head when all about you
Are losing theirs and blaming it on you;
If you can trust yourself when all men doubt you,
But make allowance for their doubting too:
If you can wait and not be tired by waiting,
Or being lied about, don’t deal in lies,
Or being hated, don’t give way to hating,
And yet don’t look too good, nor talk too wise;

If you can dream—and not make dreams your master;
If you can think—and not make thoughts your aim,
If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two impostors just the same:
If you can bear to hear the truth you’ve spoken
Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the things you gave your life to, broken,
And stoop and build ‘em up with worn-out tools;

If you can make one heap of all your winnings
And risk it on one turn of pitch-and-toss,
And lose, and start again at your beginnings
And never breathe a word about your loss:
If you can force your heart and nerve and sinew
To serve your turn long after they are gone,
And so hold on when there is nothing in you
Except the Will which says to them: “Hold on!”

If you can talk with crowds and keep your virtue,
Or walk with Kings—nor lose the common touch,
If neither foes nor loving friends can hurt you,
If all men count with you, but none too much:
If you can fill the unforgiving minute
With sixty seconds’ worth of distance run,
Yours is the Earth and everything that’s in it,
And—which is more—you’ll be a Man, my son!

IF (Douglas Malloch)

If you can’t be a pine on the top of the hill,
Be a scrub in the valley – but be
The best little scrub by the side of the rill;
Be a bush if you can’t be a tree.

If you can’t be a bush be a bit of the grass,
And some highway happier make;
If you can’t be a muskie, then just be a bass –
But the liveliest bass in the lake!

We can’t all be captains, we’ve got to be crew,
There’s something for all of us here,
There’s big work to do, and there’s lesser to do,
And the task you must do is the near.

If you can’t be a highway then just be a trail,
If you can’t be the sun be a star;
It isn’t by size that you win or you fail –
Be the best of whatever you are!

Fai buon viaggio, e buona vita.

Digressione

11 – Cherchez la femme, ou l’homme

Abbiamo tutti le nostre necessità. Tra queste esiste quella di avere una persona accanto, per un tutta la vita, un ora, un secondo. Al netto delle necessità fisiche ovvie, c’è quella piccola esigenza spirituale che ti prende la notte, di concentrare quell’ultimo pensiero cosciente su qualcuno.

Così tutti cercano qualcuno. Spesso anche quelli che qualcuno affianco ce l’hanno già, ma che ormai è – per quanto fisicamente vicino – lontano anni luce da lì. E spesso quel qualcuno che cerchiamo è immaginato, sognato, ricordato… ma soprattutto ignaro.

C’è qualcuno che asserragliato nella sua fortezza inespugnabile sogna l’amore che lo strappi dalla sua postazione. Sogna e sogna forte e mentre sogna scaglia cannonate a tutto ciò che osa bussare al portone. Vorrei amarti ma non posso. Potrei amarti ma non voglio. E il cumulo di cadaveri nel fossato si estende.

Ci sono altri che corrono dietro a chi scappa. Più scappi, più si ossessionano sul come e sul perché il loro presunto amore non sia corrisposto. Cercano le situazioni più improbabili, gli esseri più sfuggenti, evanescenti, instabili. Sono punti di accumulazione del caos. Poi se l’oscuro oggetto del loro desiderio si quieta e si doma, improvvisamente l’interesse scompare. Ti amo perché fuggi, fuggo perché mi ami. Un gran consumo di suole e di energie.

Alcuni poi cercano qualcuno che li faccia brillare. Amano sé stessi, sempre e soprattutto e hanno bisogno di una platea. Per loro l’altro è la fonte di stima e di amore che costantemente massaggia il loro ego con un balsamo di lacrime e sangue.  Ti amo perché attraverso te amo meglio me stesso. Dorian Gray gli faceva una pippa.

C’è chi corre dietro al fascino di qualcuno che gli è inacessibile. Perché è completamente diverso, perché è mortalmente più intelligente, più strano o semplicemente perché a sua volta sta correndo dietro a qualcun altro. Corre e corre, si straccia e si umilia senza rendersi conto – o peggio, pur rendendosi conto – che non ce n’è ed è assolutamente improbabile che in futuro ce ne sia. Corre rincorre, e intanto grida ‘Guardami! io sono qui! Ti prego guardami!’. Ti amo perché mi stracci l’anima.  Poi prima o poi a qualcuno tocca sempre pulire…

Qualche altro avrebbe qualcuno accanto, ce l’ha, e forse va bene. Ma gira in caccia lo stesso per quel piccolo brivido che lo/a faccia sentire vivo/a. Una notte, una ora, un minuto di faville per sentirsi ancora parte del gran gioco di caccia alla volpe che muove il mondo, anche se in teoria di quel gioco non può, non dovrebbe più far parte. Amami perché sono vivo, io amarti non posso.

Gli ultimi sognano. Dal loro carcere, dal carcere che si sono costruiti sognano. Sognano un amore passato che li ha resi felici e oramai si è dissolto. Stanno alla finestra e guardano con aria mesta un futuro che non vedono. Non cercano neppure, vorrebbero essere cercati e strappati alla loro infelicità, e visto che nessuno ti cerca se non ti rendi cercabile restano lì, mesti. Ti amo perchè mi hai amato. E l’amato/a spesso è in Jamaica da un po’, dove si è ampiamente consolato a botte di canne, Mojito e mulatte/i.

Prendete un po’ di elementi a caso,  metteteli in un gruppo più o meno chiuso. Mescolate bene e poi con entomologica pazienza guardate innescarsi la caccia all’uomo (o alla donna). Vedrete assedii, attacchi e cannonate, sangue, lacrime e fughe, castelli e prigioni. Un piccolo universo che scatena la più grande e cruenta guerra possibile. Vi sembrerà di avere davanti una di quelle piccolo biosfere da comodino, in cui la vita si autoalimenta dal niente per anni.

io sono la classica persona
che ama solo quando soffre
o quando sente più vicino l’abbandono.
E sento qualcosa che ci unisce
destino fatale e ineluttabile
come un legame
tra la vittima e il carnefice.
Allora, cosa chiedi di meglio?
Se a te piace farmi male…
Legami le mani
legami con doppi nodi all’anima
porta la mia vita
a correre da qualche parte e stancala
solo mi farai felice
se sarai crudele con me
e se sono prigioniero
io mi sento libero.

Questo gioco delle parti
prevede la tua fuga
e il mio aspettarti
ci porta dentro
una spirale interminabile.

(Mario Venuti – Crudele)