Digressione

5.1 – Dialogo con l’amore

Capita a volte di avere dei dialoghi coll’amore, l’amore in sé. L’amore – che si traveste spesso da dolce bambino alato – è spesso una creatura crudele (non per nulla esiste il concetto di Eros e Thanatos) che di diverte a giocare con le nostre debolezze: ti lusinga, ti inorgoglisce, ti ricatta e poi se riesce di abbatte. Insomma è un vampiro.

L’ultima volta che ho l’ho incontrato era vestito del velluto luccicante di una notte di gennaio.

ti va di giocare? – mi chiese. Accettai di giocare con lui per un po’ e da allora abbiamo fatto un bel pezzo di strada insieme.

ti va di rinunciare alla tua tranquillità? – continuò. Con un sorriso furbetto feci volare la mia tranquillità dalle scale.

ti va di rinunciare a quello che hai? – rincarò le cose. Forte del mio coraggio raccolsi i miei quattro stracci e lo seguii.

Un giorno poi mi chiese – ti va di rinunciare a i tuoi sogni? – E con le lacrime agli occhi chiusi i miei sogni in un baule di metallo e li seppellii dove potessero dormire per sempre al caldo.

Quando poi mi chiese – ti va di rinunciare a quello che sei? – Il mio orgoglio ha preso l’amore e l’ho buttato giù per le scale, gli ha fatto fare fagotto e lo ha chiuso in un baule seppellendolo dove avrebbe potuto giocare da solo con Thanatos per il resto dei tempi. Forse non era la risposta che si aspettava.

Ho imparato che bisogna saperlo prendere, Cupido, e saperci giocare come si gioca con un cucciolo di tigre: con l’armatura addosso e la frusta a portata di meno. Soprattutto quando si incontra Cupido, occorre tener bene le redini del dialogo.

You put me on a line and hung me out to dry 
Darling that’s when I decided to go to see you 
You cut me down to size and opened up my eyes 
Made me realize what I could not see 

(Coldplay – Swallowed In The Sea)

Stato

5 – Elefanti nani

Chiunque abbia fatto un po’ di attività outdoor (equitazione, sci, trekking, etc.) sa che spesso si marcia, a passo svelto e magari sovrappensiero, in fila indiana.

Per ovvi motivi di praticità il primo che avvista una possibile fonte di problemi / difficoltà / disagio, lo comunica alle persone che lo seguono, che, a loro volta passano la parola. Così normalmente si urla pietra! quando si smuove una pietra sul sentiero e rotola a valle, o occhio a…! se c’è qualcosa in bilico, un appiglio che non regge o similia. Quale che sia l’origine dell’avviso, l’essenzialità, la chiarezza e l’immediatezza della comunicazione in  questione sono fondamentali.

Ieri ho passato una bella giornata a cavallo sugli appennini con l’Associazione Turismo Equestre Cavaioni. Abbiamo fatto un lungo giro spesso tra i boschi.

Avendo piovuto nei giorni precedenti, la situazione del terreno in genere, e nel bosco specialmente, richiedeva una certa attenzione da parte di cavalli, cavalieri e amazzoni. Quindi gli avvisi, che arrivavano in fondo alla file (chiudevo con un altro cavallo la gita) erano piuttosto frequenti e variati. fango (sul fango i cavalli scivolano, specie in discesa), ramo (e qui i casi sono molti. Ramo basso -> appiattisciti sul collo del cavallo, ramo sporgente -> tieni la destra o la sinistra per evitare che ti conficchi in una gamba o peggio che si conficchi nel fianco del cavallo), tronco (controlla che il cavallo lo salti, scavalchi, ci giri intorno, insomma faccia quel che vuole, basta non volare entrambi per terra), ginocchia (il passaggio è stretto, attenzione a non fracassarsi le ginocchia), buca, massi

Ogni 5 minuti mi arrivava l’informazione di una criticità e diligentemente la passavo al cavallo di coda, se c’era (spesso ero io), MA…

Ma quando nel bosco fitto, lato torrente, in mezzo al fango mi arrivata un messaggio troppo lungo per essere acquisito e compreso (fango, ginocchia, tronco, buca, rami e rami bassi, pietre. Insomma di tutto un po’), ho passato un riassunto: attenzione! Elefanti Nani!.

Seguono grandi risate del cavallo di coda (anche i cavalli ridono), e cavaliere irrimmediabilmente incastrato nei rami.

Lo so, sono una brutta persona.

 

Digressione

4.1 – Sei una bellissima milf

 

C’è un gioco sotteso tra uomini e donne, ed è il gioco dell’incomprensione. Gli uomini hanno un diffuso timore ed orrore della tanto affermata sensibilità femminile e le donne un malcelato disprezzo del ben noto materialismo maschile. Balle. Le donne sono spesso sensibili come dei carri armati attrezzati per la guerra batteriologica e gli uomini sono spesso eterei e confusi come delle liceali al ballo delle debuttanti.

Tra stereotipi da entrambe le parti e terrori vari la comunicazione tra i due sessi è spesso complicata e quando ti affacci timidamente alla soglia dei quaranta, più che delicata diventa irrimediabilmente compromessa.

Delle difficoltà di comunicazione dell’uomo nei confronti della donna be ha parlato egregiamente il mio amico Alex di Zone Errogene, a cui faccio ora il controcanto snocciolando le frasi maschili che hanno distrutto la mia stima nella comunicazione tra i sessi.

Sei una bellissima milf. (detto come complimento)

Hai 38 anni (sob!), e come tutte le tue coetanee la tua sfida principale da un po’ di tempo è quella con la gravità: la gravità che cerca di convincere i tuoi capezzoli a guardare verso il pavimento e il tuo culo a strisciare a terra a ogni passo. Fra un po’ serviranno le reti di contenimento per le frane montane per evitare il tracollo. Poi c’è l’anagrafe: dopo i 35 anni più che una sfida è una guerra, perché i quarant’anni alle porte sono più spaventosi del Kraken di Linneo. Potresti venderti l’anima per farti dare 3 anni di meno, e di fatti lo fai, solo che Lucifero negli anni 2010 è una avvenente ventenne di un costosissimo centro di estetica per sole donne. Non hai avuto figli, che tu li volessi o meno.

Milf (ndr milf = mama I love to fuck), nell’immaginario collettivo ha sempre saputo di tardona un po’ sfatta, alla ricerca disperata di emozioni forti nei video amatoriali di youporn, mentre i suoi 16 marmocchi piangono in cucina.

Che cosa spinga, sinceramente, un uomo a immaginare che milf sia un complimento proprio non lo riesco a immaginare. Sarà la sovraesposizione ai filmati porno-trash degli anni di internet, gli anni passati a chattare con un bot nelle chat osé, o semplicemente l’ormone troppo cresciuto per stare al guinzaglio, ma ogni tanto queste gaffe i maschi le fanno. La cosa più buffa è che quando gli rispondi che se avessi 50 euro per finanziar loro una scatola di Viagra un giro potresti anche concedertelo si offendono pure.

Io non ti merito

Gli uomini vanno, gli uomini vengono. E quando vanno via, spesso ti dicono che non ti meritano.

Pausa.

Non ho mai capito se quel non ti merito sottointenda un sei una stronza e non mi merito un castigo divino come te o un sono uno stronzo io e non mi merito una bella persona come te. Di conseguenza per anni non ho saputo cosa rispondere esattamente.

Perché nel primo caso, da stronza, puoi sempre incazzarti. Oppure se ci tieni molto puoi giurare di cambiare.

Nel secondo caso le cose si complicano. Mi lasci perché sono carina, gentile, in gamba e premurosa e tu pensi di essere uno stronzo. Reload. Facciamo una catena di sillogismi.

  1. tutte le persone amano avere accanto una bella persona
  2. io sono una bella persona
  3. tu, anche se stronzo, sei una persona
  4. conseguenza –> tu, stronzo, dovresti amare avermi accanto

Però mi lasci, e mi lasci perché non sono una stronza come te. La logica cede e continui a girare attorno al concetto per mesi.

Poi un giorno capisci, vedi (materialmente vedi) che io non ti merito, in verità significa io ho un’altra, con le tette più grosse. Bastava dirlo, dirlo diritto, netto, con scarna concretezza maschile.

Vorrei ma non me la sento

E’ il famoso dilemma maschile, incomprensibile a qualunque donna. Per una donna se vuoi, vuoi. Se vuoi fai il necessario per realizzare il tuo desiderio. Prendi in mano la tua vita, i tuoi stracci, le tue energie e ti dai da fare. Se non te la senti, non hai il coraggio o le energie, semplicemente non vuoi, o non vuoi abbastanza. E’ così le donne vanno a vivere da sole presto, fanno e crescono figli da sole, mollano tutto e cambiano vita.

Gli uomini no. Gli uomini, combattuti tra i loro due cervelli (quello cranico e quello a valle) e il cuore  rimangono impantanati. Il cervello principale li spinge da una parte, il cervello a valle dall’altra, il cuore da una terza ancora. Rimangono impiccati dalla loro molteplicità e non se la sentono. E non c’è verso di smuoverli. Non c’è ragione, non c’è condivisione, non c’è amore, calcio nel culo, prestazione sessuale o lacrima che li sposti da dove si sono intrappolati. Vogliono ma non vogliono, contraddizione interna di intenti. Così gli uomini rimangono a vivere coi genitori, non lasciano la donna che li rende infelici, e si fanno lasciare – a volte – dalle donne che sognano troppo forte.

Dialogo più o meno immaginario:

Lui (col cuore) – amore, ti amo tantissimo, come sarebbe bello fare un cucciolo d’uomo assieme

Lei (con una certa emozione) – anche io ti amo tantissimo, si sarebbe bello. lo facciamo?

Lui (col cuore) – vorrei tanto. E’ un mio grande desiderio

Lei – facciamolo

Lui (col cervello di valle) – non ora, magari fra un po’ di tempo

Lei (contrariata) – si ma hai appena detto che vorresti… che problema c’è?

Lui – Vorrei ma non me la sento

Lei (basita) – perché?

…e segue una lunga serie di botta e risposta sulle eventuali ragioni, in cui si contrappongono il cervello cranico di lui e il pragmatismo uterino di lei

Lui (col cervello di valle) – e poi la vita sessuale di coppia ne risentirebbe

Lei (con la bile alla bocca) – ma stai tirando fuori ragioni inconsistenti

Lui (con tutti e tre gli organi) – ecco, stai giudicando i miei sentimenti. Semplicemente non me la sento e non ho voglia di giustificarmi. Non mi mettere sotto pressione

Lei (furente) – Guarda che il discorso l’hai intavolato tu. Potevi startene zitto. Adesso puoi andartene a fare in c….

Dieci anni fa mi piacevi un mucchio, ma non te l’ho detto.

E’ la tipica frase che ogni donna ha sentito almeno una volta nella vita, giuro. Se sei particolarmente fortunata riesci anche a contarne due, di volte. Io ho vinto l’enalotto, me lo sono sentito dire dai due oscuri oggetti del desiderio della mia prima post-adolescenza.

Sono conscia del fatto che gli uomini hanno due cervelli come gli stegosauri. Uno –  quello sensibile e razionale – nella posizione usuale, dentro la scatola cranica – e l’altro – quello più irruente e irriverente – alcune decimetri a valle.  Posso capire che spesso formare un pensiero coerente in queste difficili condizioni anatomiche risulti laborioso e conflittuale e a volte richieda tempo, ma dieci anni sono un’era geologica ai tempi di internet e soprattutto in dieci anni anche l’attrazione va in prescrizione.

E’ un po’ come se qualcuno ti nascondesse in dispensa una confezione di ganache di Gobino, ma scaduta e abitata da un condominio di camole. Tu la trovi per sbaglio, gioisci un millisecondo, poi analizzi e realizzi. E ti mangi le mani, i polsi e i gomiti per l’occasione persa e il cioccolato sprecato.

Cerchi quindi qualcosa di sensato, o intelligente o ironico con cui rispondere. Peccato che l’unica frase che ti viene alle labbra è porcamaremmamaiala, mentre parte il flash back onirico-erotico nei colori un po’ stinti delle pellicole d’antan. Rimani rigorosamente muta, con la bava alla bocca (non si sa per lo shock o per la bile o per il porno d’antan nella tua testa) e una faccia da cartone animato.

Anubi ti prego illuminami.  Qual’è la risposta giusta ad una frase del genere?

 Vedi cara, è difficile a spiegare, 
è difficile parlare dei fantasmi di una mente. 
Vedi cara, tutto quel che posso dire 
è che cambio un po’ ogni giorno, è che sono differente. 
Vedi cara, certe volte sono in cielo 
come un aquilone al vento che poi a terra ricadrà. 
Vedi cara, è difficile a spiegare, 
è difficile capire se non hai capito già… 

 

(Francesco Guccini – Vedi Cara)

DISCLAIMER: ogni riferimento a persone esistenti o fatti realmente accaduti (non) è puramente casuale

 

 

 

Stato

4 – camminando

Avevo delle ferie da fare. Le avevo fissate a Gennaio, quando la mia vita aveva un ritmo diverso, un passo diverso, una direzione diversa. Poi il mondo ha cambiato direzione, una svolta a gomito ai 200 km/h. Niente botto finale, ma un po’ di capogiro c’è stato. Non sapendo come esattamente impiegare il mio tempo, non sapendo come tenere a bada la danza vorticosa dei pensieri e il fisico irrequieto, sono partita all’avventura. L’avventura, in questo caso, va intesa nel senso antico del termine: un percorso, uno zaino e gli scarponi da montagna. Faccio sempre così, quando il mondo non mi piace, prendo gli scarponi e scappo. E’ così che un paio di vite fa è cominciato il mio amore per la speleologia, ed è così che è cominciato oggi il mio amore per il movimento lento. 60 km a piedi. 60 km di sole, grandine e pioggia. 60 km di pensieri masticati, di meditazione, di bestemmie. 60 km di condivisione di esperienze presenti e passate, di nuove amicizie, di parole. 60 km di passi – un piede davanti all’altro -, di fatica, di sudore. 60 km di cazzate, di scherzi, di risate. Da ognuno dei miei 13 azzeccatissimi compagni di viaggio riporto a casa qualcosa, un gesto, una visione sul mondo, una ‘regola’… Ma soprattutto porto a casa la consapevolezza di poter ‘lasciare scorrere i pensieri’ senza necessariamente farli passare per l’esaustione fisica, basta sincronizzare piede e polmone, scegliere un mantra (anche blasfemo, o per lo meno il mio lo era) e socchiudere gli occhi. (Grazie M.A.) Chiunque fosse interessato a questo tipo di viaggi può dare uno sguardo alla Compagnia dei Cammini

Camminare vi impedisce di lambiccarvi con interrogativi senza risposta, mentre a letto si rimugina l’insolubile fino alla vertigine.(Emil Cioran – Al culmine della disperazione)

Stato

3.2 – Caretta Caretta

Annuncio di avere trovato l’animale totem. La Caretta Caretta.

Le tartarughe marine, di cui la Caretta Caretta è la più comune razza mediterranea, riescono sempre a tornare a casa. Anche se con un po’ di calma. Sembra che questa loro capacità dipenda da un qualche meccanismo di registrazione dell’impronta magnetica del luogo in cui sono uscite dall’uovo. Non so perché ma questa spiegazione mi sa un po’ di miscuglio tra esoterismo e teorie new age, ma lasciamo perdere.

Digressione

3.1 – Sabaudade

Mi giunge la notizia che una mia amica ho ottenuto oggi la residenza a Torino. E non sa in che condizione si è messa… perché Torino ti lega e ti intrappola in quel suo misto di austera dignità sabauda, charme da Parigi ‘vorrei ma non posso’ e ambiguità da città di frontiera.

Se ti leghi a Torino, in qualche modo, ne rimarrai schiavo come un amante amato e rifiutato da una nobildonna ottocentesca.

Torino e quell’amaro in bocca, quel groppo alla gola che ti prende quando ti allontani e ti lasci alle spalle i suo teatro di alpi. Quel senso di prigione dorata che ti accoglie quando ci ritorni. Quell’idea lontana che ti tinge le giornate di malinconia quando sei altrove.  Quel senso di vuoto che ti colpisce gli occhi quando scendi in pianura.

Lo sanno bene i Torinesi emigrati (perché da Torino, che è un mondo a sé, né francese né italiano, si emigra anche se ti sposti in Italia) come me, che si portano dietro questa saudade tutta brasiliana…

Di sabaudade si scrive, si canta, si blogga.

E’ una malattia, che dovrebbe essere catalogata nei manuali di medicina.

 

 

 

Stato

3 – il primo passo

Anche il più lungo dei viaggi comincia con un singolo passo. Non si può correre se si vuole andare lontano e non è dato saltare con un balzo direttamente alla metà (o alla fine) del percorso. Sarà un viaggio lungo e faticoso. xxx – si spera ‘solo’ xxx infiniti, innumerevoli giorni

Il cuore rallenta la testa cammina 
in quel pozzo di piscio e cemento 
a quel campo strappato dal vento 
a forza di essere vento 

porto il nome di tutti i battesimi 
ogni nome il sigillo di un lasciapassare 
per un guado una terra una nuvola un canto 
un diamante nascosto nel pane 

per un solo dolcissimo umore del sangue 
per la stessa ragione del viaggio viaggiare 
Il cuore rallenta e la testa cammina 
in un buio di giostre in disuso …

(De André – Khorakhanè)