Stato

19 – anime effimere

Grande, splendida anima dell’ horror vacui, anima inquieta e poco cosciente, anima stracciata e ricucita maldestramente, piccola anima in fuga. Anima affine. Anima mundi.

Avrei voluto conoscerti prima delle notti dei cristalli. Ora mi toccherà errare e cercarti per le prossime mille vite. Nella prossima saremo due moscerini della frutta, nati su ceste di frutta diverse. Pur vivendo a pochi metri di distanza, il tramonto, la fine del mondo, ci vedrà ancora stranieri. Ci sarà poi la vita da falene, a svolazzare imperterriti attorno a lampadine diverse, già notturni, già insonni. Poi verrà la vita da mammiferi: io gatto e tu cane, un’amore impossibile. Un giorno mi reincarnerò in un cavallo, giumenta araba del color del deserto. Tu, tu sarai l’irrequieto frisone morello dall’altra parte della staccionata. Infine tra mille e mille anni, ci ritroveremo umani entrambi, di nuovo. E camminando sotto la cupola artificiale di un altro pianeta ci sbatteremo addosso, ragazzi. Ritroverò i tuoi cangianti occhi a mandorla ancora limpidi e tu rimarrai stupito dai miei occhi nocciola allungati e sfuggenti, ancora arroganti e ancora orgogliosi. Senza sapere perché, senza conoscerci, ci abbracceremo d’istinto sotto altre stelle. Allora, allora forse, avremo un po’ di tempo.

(anche questo è un post che è rimasto intrappolato tra tastiera e rete per parecchio tempo… lo lascio libero, il giorno del mio compleanno.)

si fa presto a cantare che il tempo sistema le cose

si fa un pò meno presto a convincersi che sia così

io non so se è proprio amore:

faccio ancora confusione

so che sei la più brava a non andarsene via

forse ti ricordi ero roba tua

non va più via l’odore del sesso che hai addosso

si attacca qui all’amore che posso che io posso

e ci siamo mischiati la pelle le anime le ossa

ed appena finito ognuno ha ripreso le sue

tu che dentro sei perfetta mentre

io mi vado stretto

tu che sei così brava a rimanere mania

(Ligabue – l’odore del sesso)

Stato

17.3 – Come Vil Coyote

Oggi

Mi hanno rubato nottetempo la bici. Dal cortile interno. La mia cazzo di bici, arrugginita, scalcagnata, e pesante come una Twingo. Ma ci tenevo. Era un ricordo degli anni passati in Pinin. Spero vi morta i garretti con la catena, come ha sempre fatto con me.

Una cretina al bar, a colazione, pensa bene di girare per la sala con il suo bel caffé in mano. Pensa bene di passare davanti alla cassa con il suo caffé bollente. In quel momento, esattamente in quello, finisco di pagare mi giro e parto verso la porta. La catastrofe è inevitabile: il caffé si ribalta in un’esplosione marrone che ricopre entrambe. Non era troppo caldo, per fortuna. Salgono gli improperi: ‘ah il vestito nuovo’, ‘ah mi sono scottata’, ‘ah ma uno deve fare attenzione e guardare prima di muoversi’. Rispondo ridendo che se avessi gli occhi dietro la testa sarei un ragno e non un umano e mi offro di pagare un altro caffé. La risposta della tipa è la seguente ‘non sono mica così mal messa da non potermi permettere un altro caffé’. Ok, il caffé te lo puoi permettere, ma evidentemente un po’ di educazione è fuori dalla tua portata. Sorrido sardonica, vado a lavarmi via il caffé ed esco. Fanculo.

Ieri

Rientrando da vedere, sotto le stelle in Piazza Maggiore (spettacolo impagabile), Fahrenheit 451 mi fermo a comprare la paglie alla macchinetta. Mi attacca una pezza un tipo _molto_ strano, a cui avvio la distributrice con la mia carta sanitaria. E scappo, alla seconda avance (sarei scappata alla prima, ma me ne ha fatte due in un colpo, che culo). Lo ritrovo al bar della stazione che cerca di convincere un ragazzetto punkabbestia ad andare a casa con lui. Altro fugone, con gli occhi sgranati.

Arrivo a casa e scopro che le iene (al secolo noti come gatti, visto il travestimento che indossano), tra tutti i luoghi possibili dove potevano immaginare, hanno deciso di vomitare esattamente sopra le mie scarpe belle, quelle di pelle, quelle che costano un botto. Rovinandole credo irrimediabilmente. Sto programmando di vendicarmi vomitando a mia volta sul loro giochino preferito. Così imparano.

L’altro ieri

Il famigerato Bologna Centrale – Torino Porta Nuova è fermo a Porta Susa. E’ fermo da un po’. Non riparte e comincia a prendermi l’ansia di non arrivare dai miei, che mi stanno aspettando, in tempo per pranzo. Dopo dieci minuti buoni, mi convinco a chiedere informazioni: qualcuno si è sentito male sul treno e stanno aspettando l’arrivo del 118. Ciau Nini. Mi rassegno, e vado verso la metropolitana, in fin dei conti il tragitto tra Porta Nuova e Porta Susa conta una manciata di fermate. Si può fare. Ma… Ma la metropolitana è rotta. Non gira, è in manutenzione. Riemergo dal sottosuolo torinese sospinta dalle bestemmie che emergono dal mio subconscio e prendo due autobus arrivando ovviamente in ritardo per pranzo.

Venerdì

Mi cambiano il capo ufficio. Il che manda ragionevolmente a zampe all’aria tutti i miei progetti di rientro. Tutto da ridiscutere, tutto da rifare. Una vita in sala d’attesa. Che palle.

Conclusioni

Lo so, è una lamentazione greca. Ma mi viene il dubbio che io abbia un cattivo Karma. E pensare che il 2014 avrebbe dovuto essere un’anno meraviglioso almeno nelle mie fantasie. Quando viene capod’anno?

Io mi sento come Vil Coyote

che cade ma non molla mai

che fa progetti strampalati e troppo complicati

e quel Bip Bip lui non lo prenderà mai

Ma siamo tutti come Vil Coyote

che ci ficchiamo sempre nei guai

ci può cadere il mondo addosso finire sotto un masso

Ma noi non ci arrenderemo mai

(Eugenio Finardi – Vil Coyote)

 

Digressione

17.2 – piccolo dizionario bolognese – italiano

Per par condicio, e per aiutare invece gli amici piemontesi che non si raccapezzano più di quello che dico (e che spesso mi dicono di sciacquarmi l’accento nel Po), elenco e traduco, come nel post precedente, i miei più frequenti imbastardimenti liguistici bolognesi:

  • cinno: bambino, ragazzetto
  • pilla: soldi
  • ciappino: cosa da fare, incombenza
  • spanizzo: che fa il grande, il disinvolto
  • ciappinaro: uomo di fatica, artigiano, idraulico etc etc
  • dammi / ti do il tiro: ti apro la porta dell’ingresso
  • gnola: lagna, lamentela (qualcuno ebbe il soprannome di Nignola)
  • a monculo battipanni: in culo a Giove, a Canicattì
  • gli è scesa la catena: è andato fuori di testa (avete presente quando in bici si sgancia la catena e pedalate a vuoto…)
  • una bazza: un affare, un cosa conveniente
  • il rusco: l’immondizia
  • gubbiare: dormire
  • scancherare: imprecare, bestemmiare
  • sbagiuzza: raba da poco, cazzata
  • guzzare: scopare, trombare
  • un bagaglio (di roba o di persona): qualcuno o qualcosa che è essenzialmente un peso e serve a poco
  • balotta, far balotta: vedere gli amici, fare compagnia, baracca
  • bona, bona lé, riga: basta. finito.
  • sgodevole: spiacevole, di cattivo umore, fastidioso
  • non volerne mezza: non poterne più, non volerne sapere, averne avuto a sufficienza
  • bresca, essere breschi: sbronza, esser sbronzi
  • mi ha fatto una pezza: mi ha attaccato bottone allo sfinimento
  • maraglio: truzzo, cafone
  • tocciare: intingere, pucciare

 

E poi ci sono soccia, soppa e soc’mel… che sarebbero tutti un invito alla fallatio, ma che alla fine dei conti è diventata l’esclamazione principe per qualunque stato d’animo (rabbia, sorpresa, stupore, ammirazione, rifiuto, disprezzo, schifo etc etc.)

Capite che tra i due idiomi c’è una certa distanza, e io sono rimasta intrappolata nel mezzo. che vita dura, che dura vita.

 

Digressione

17.1 – piccolo dizionario piemontese – italiano

Nonostante siano ormai anni che vivo in quel di Bologna, tutt’ora mi capita di trovarmi nel centro di una conversazione e usare qualche piemontesismo (ormai italianizzato) che i miei amici bolognesi non capiscono… quindi, anche se con un po’ di ritardo, ecco una breve lista di quello che spesso dico e che non viene normalmente capito:

  • gadàn, gadano: sciocco, inconcludente.
  • badola: stupido, citrullo.
  • picabale: rompicoglioni, tignoso, fastidioso. Letteralmente ‘becca palle’
  • pisa pi curt, piscia più corto: racconta meno balle, tiratela di meno.
  • dé il bleu, dare il blu: abbandonare, lasciare, scappare
  • del pento, del pentu: che non vale nulla, malfatto, inadeguato. letteralmente ‘del pettine’
  • fé flanela, far flanella: pigrire, fare il pelandrone, oziare.
  • fé schissa, far schissa: non presentarsi, dare pacco, non andare a scuola o al lavoro senza una scusa plausibile
  • gaute la nata: fatti furbo.
  • sté da pocio, sta come un puciu: star bene, star comodi, coccolati. (ndr: il puciu è il pulicino)
  • fafiuché: parolaio, persona che parla tanto e fa poco. letteralmente ‘fa nevicare’
  • dis’ciucte, disvite, disgaute: svegliati. (ndr: il ciuc è il cesto sotto cui crescono i pulcini. disciucte quindi ha un significato di esci dalle sottane)
  • bugia! buite!: muoviti
  • original, originale: strano, matto, sgradevole
  • sgjai: schifo viscido
  • scher: schifo ruvido
  • sagrin: dispiacere, pensiero
  • piciu, picio: coglione, cazzone
  • stupa, stuppa: sfiatata, noisa, inconcludente
  • bogia nen!: tieni duro, rimani concentrato sull’obiettivo (e non posapiano, ragazzi, la storia è diversa)
  • per la punta d’un pluc sant’la bala d’un poj: per il rotto della cuffia (letteralmente per la punta di un pelo sulla palla si un pidocchio)
  • avanti Savoia: forza e coraggio
  •  barot, barotto: campagnolo, grezzo.
  • blagheur: vanitoso, che si da arie, sbruffone
  • lajan, laiano: pigro
  • rabadan: roba inutile, senza valore
  • piatola, piattola: persona che si lamenta, lagna
  • patelavache: persona grezza, grossolana. letteralmente ‘picchia mucche’
  • sbalucà, sbaloccato: sbalordito, esterefatto, scioccato.

Potrei usarne altre, meno frequentemente…. mi riservo il diritto di aggiornare la lista (e gli amici sabaudi sono caldamente invitati a correggermi e o a fare aggiunte qui e lì)

Digressione

16.3 – figli del vento

Gli aquiloni sono un gioco strano, banale in sé e complicatissimo insieme. Ci sono aquiloni statici, per i contemplativi, vistosi aquiloni gonfiabili, iperattivi acrobatici, grintosi combattenti e… all’altro capo del filo ci sono gli aquilonisti, gente che lancia nel cielo i propri sogni e i propri progetti.

Gli aquilonisti sono un popolo eterogeneo, sociale (eh si, perché quando manca il vento… beh qualcosa devi pur fare), accogliente e aperto. C’è l’imprenditore facoltoso e l’operaio, c’è lo studente e il disoccupato, l’agricoltore, l’informatico, il percussionista, l’artista di street art, l’operatore Reiku. Per qualche giorno – ai raduni – ci si mescolano i progetti, le idee, gli stili di vita, mentre si chiacchiera con il naso all’insù ad annusare il tanto desiderato vento.

E quando di alza il vento… si brigliano le vele caricateo di sogni, ricordi e progetti, si strattonano i cavi e si spediscono nel cielo, sperando che il cielo, gli uccelli, o chiunque altro vi abiti sappiano che farne. Si vola, la musica nelle orecchie, gli occhiali da sole e il cappello da baseball ben calato sul naso, a cuor leggero.

C’era una donna / l’unica che ho avuto / aveva i seni piccoli / e il cuore muto
né in cielo né in terra / una casa possedeva / sotto un albero verde / dolcemente viveva
sotto un albero verde / dolcemente viveva.

Legato ai suoi fianchi / con un filo d’argento / un vecchio aquilone / la portava nel vento
e lei lo seguiva / senza fare domande / perché il vento era amico / e il cielo era grande
perché il vento era amico / e il cielo era grande.

Io le dissi ridendo / “Ma Signora Aquilone / non le sembra un po’ idiota / questa sua occupazione?”
Lei mi prese la mano e mi disse “Chissà / forse in fondo a quel filo / c’è la mia libertà
forse in fondo a quel filo / c’è la mia libertà”.
(Francesco De Gregori – Signora Aquilone)

Io ho portato a sgambare i miei draghi, gli fa bene. Giocano con gli altri draghi, fanno amicizia, poi magari si innamorano e volano via.

Stato

16.2 – se solo nevicasse

se solo nevicasse potrei mettermi alla finestra a guardare la neve, e a rincorrere i fiocchi di neve con la lingua.

se solo nevicasse potrei mettermi un pile e una giaccavento e uscire a mischiarmi col freddo

se solo nevicasse potrei cancellare scrivere e cancellare pensieri con un gesto di mano

se solo nevicasse, anche dietro questa finestra.

 

E’ proibito non fare le cose per te stesso,
avere paura della vita e dei suoi compromessi,
non vivere ogni giorno come se fosse il tuo ultimo respiro.
E’ proibito sentire la mancanza di qualcuno senza gioire,
dimenticare i suoi occhi e le sue risate
solo perché le vostre strade hanno smesso di abbracciarsi.
Dimenticare il passato e farlo scontare al presente.

(Pablo Neruda – E’ proibito)